Quando i cattolici si fanno del male da soli
L'ambasciatore Pasquale Ferrara alla presentazione alla stampa, nella Prefettura di Napoli, del Comitato Nazionale Neapolis 2500, 28 aprile 2025 ANSA / CIRO FUSCO
La lettura dell’articolo di Pasquale Ferrara, intitolato “Se la pace non è woke”, su Avvenire; tocca il nucleo di una frattura profonda e irrisolta nel panorama culturale e politico contemporaneo, evidenziando un cortocircuito che attraversa persino testate storiche d’ispirazione cattolica.
Il punto critico sollevato nel pezzo di Ferrara, e che qui si intende radicalmente contestare, riguarda una palese perdita di aderenza alla realtà e alla tradizione da parte di chi dovrebbe custodirla, di fronte a un’ideologia dominante che dissolve i fondamenti della civiltà.
Nel suo intervento, Ferrara punta il dito contro la cultura conservatrice e l’unilateralismo trumpiano, ma nel farlo cade in un evidente doppio standard. Si dimentica infatti come un certo progressismo democratico sia storicamente incline a giustificare interventi militari e tentativi di esportare i propri modelli valoriali oltre i confini nazionali, spesso a costo di gravissime crisi geopolitiche. Sulla compatibilità poi di quel sistema valoriale, con la visione cattolics, si potrebbe aprire un lungo dibattito.
Il paradosso
È però interessante, quanto paradossale notare come chi oggi accusa la destra sovranista,non abbia mosso analoghe critiche nei confronti di chi ha brandito le armi in nome di un’esportazione forzata della democrazia, dimenticando che sul fronte interno le istanze conservatrici difendono spesso un sistema valoriale per molti versi più vicino alla tradizione cristiana.
La riflessione proposta nell’articolo, non affronta inoltre il problema oggettivo di una società multiculturale che non regge perché priva di un quadro di riferimento comune. Sotto la spinta di agende culturali sradicate, si assiste al progressivo smantellamento dei tratti identitari della nostra civiltà, barattati in nome di un astratto universalismo che pensa sempre agli altri e mai a noi.
Pretendere di conciliare la visione cristiana e tradizionale della società con i dogmi liquidi della modernità avanzata, come invece auspica Ferrara in chiusura del suo testo, significa edificare un sistema intrinsecamente contraddittorio e disomogeneo.
È qui che si consuma la deriva più grave evidenziata dall’articolo in esame. Quando un giornale o un autore che dovrebbero rappresentare un punto di riferimento per la tradizione culturale, di fede e di sensibilità del Paese scelgono di accodarsi a queste mode ideologiche, invitandoci a restare woke, varcano il Rubicone. Siamo al punto di non ritorno.
Rinunciare alla difesa della propria identità per inseguire il conformismo secolare significa abdicare al proprio ruolo originario, lasciando smarrita una comunità che cerca ancora punti fermi in un mondo in transizione.
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