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Politica

Il governo Meloni vince di longevità con qualche occasione mancata: la vera sfida si gioca nel 2027

di Eleonora Ciaffoloni -


Millequattrocentotredici giorni. È il numero che consegna Giorgia Meloni alla storia politica italiana: da oggi il suo esecutivo supera il secondo governo Berlusconi e diventa il più longevo della Repubblica. Un traguardo che Fratelli d’Italia celebra in giornata a Bari con una grande manifestazione, trasformando il record di durata nel simbolo della propria narrazione della stabilità. La longevità, però, non coincide automaticamente con il successo. Se la durata rappresenta un dato oggettivo, il giudizio sull’azione di governo resta inevitabilmente più articolato.

In quasi quattro anni l’esecutivo ha attraversato guerre, crisi energetiche, tensioni internazionali e una difficile congiuntura economica. Ha ottenuto alcuni risultati riconosciuti anche fuori dai confini nazionali, ma ha visto arenarsi riforme – su tutte quella della Giustizia – considerate identitarie e ha lasciato aperti nodi strutturali che accompagneranno il Paese fino alle politiche 2027.

Governo Meloni, parola d’ordine: stabilità

Forse è stata proprio l’ostinazione di Giorgia Meloni a far arrivare questo esecutivo fino a qui: un record voluto e cercato anche a costo di qualche inciampo – e anche a costo di richiamare più volte gli alleati all’appello chiudendo un occhio in nome della compattezza. Intanto, il primo risultato è politico: la coalizione, appunto, ha resistito nonostante le differenze tra Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia. Meloni ha limitato al minimo i rimpasti, sostituendo ministri e sottosegretari solo quando le vicende giudiziarie o politiche lo hanno reso inevitabile – ricordiamo tra gli altri la vicenda degli ex ministri Gennaro Sangiuliano e Daniela Santanché.

Una continuità che ha rafforzato anche la credibilità internazionale dell’Italia, soprattutto sui mercati finanziari, dove lo spread è rimasto contenuto e il dialogo con la Commissione europea si è rivelato più solido di quanto molti prevedessero all’inizio della legislatura. Sul fronte dei conti pubblici, il tandem Meloni-Giorgetti ha scelto una linea prudente: la priorità è stata evitare squilibri di bilancio, contenendo la spesa e difendendo l’affidabilità finanziaria del Paese.

Una scelta apprezzata in parte dagli investitori, ma a tratti rinunciataria e non espansiva a sostegno della crescita. Anche il lavoro presenta un quadro doppio. L’occupazione ha raggiunto il 63,2%, il livello più alto registrato dall’Istat, mentre la disoccupazione è scesa al 5,8%. Restano però irrisolti due problemi storici: i salari reali, che crescono poco (o nulla) rispetto al costo della vita, e la distanza tra Nord e Sud, con una disoccupazione giovanile ancora vicina al 19%. Se la stabilità è il principale successo politico, le riforme costituzionali rappresentano il capitolo più amaro.

Le riforme e i punti critici

Il premierato, cavallo di battaglia della maggioranza, è rimasto bloccato tra difficoltà tecniche e opposizione parlamentare; l’autonomia differenziata ha perso slancio dopo gli interventi della Corte costituzionale, mentre il progetto su Roma Capitale non ha trovato approdo. Ma è forse la frenata sulla giustizia da segnare come un highlight della legislatura: il referendum sulla separazione delle carriere si è concluso con una sconfitta politica per il governo, lasciando spazio anche a più tensioni all’interno della maggioranza.

Ma non è l’unico punto critico: la sanità rimane campo tra luci e ombre. Il Fondo sanitario nazionale è aumentato, ma le liste d’attesa continuano a rappresentare un problema che non è solo percepito dai cittadini, mentre Case di Comunità e personale sanitario rimangono tra le risorse insufficientesui territori. Di pari passo, bilancio controverso anche per l’immigrazione – con sbarchi ridotti, ma con i centri di rimpatrio che non hanno avuto l’effetto sperato – e per la sicurezza. Perché sì, i numerosi decreti hanno introdotto nuovi strumenti repressivi e inasprito alcune pene (con i dati che mostrano una diminuzione di diversi reati), ma la percezione di insicurezza c’è e resta elevata.

A chiudere il cerchio, un finale semi-dolce: la politica estera è probabilmente il settore in cui il governo ha mostrato maggiore continuità. L’Italia ha mantenuto il sostegno all’Ucraina e ha rafforzato il proprio ruolo nei rapporti con Bruxelles. Nonostante la linea atlantica, più complicato del previsto il rapporto con Donald Trump tra dazi e tensioni sulla crisi iraniana.

Da Bari parte la corsa per il 2027

Bilanci a parte, ora da Bari parte la corsa al 2027. Per il governo è la prova che la stabilità può diventare un valore elettorale, ma non senza scheletri nell’armadio: le riforme incompiute, il caro energia e il potere d’acquisto rappresentano le questioni su cui si misurerà il consenso nei prossimi mesi. Per Meloni il traguardo dei 1.413 giorni segna quindi la fine di una fase e l’inizio di una nuova sfida: quella del 2027, premiare la stabilità o chiedere un nuovo equilibrio?


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