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Dal Financial Times alla polemica italiana: il caso Vannacci

di Eleonora Manzo -


Non serve essere sostenitori di Roberto Vannacci per vedere ciò che sta accadendo attorno al suo nome. E non serve neppure condividerne linguaggio, toni o impostazione politica per cogliere il punto vero della vicenda. Più che discutere le sue idee, una parte del circuito mediatico e politico sembra interessata a marchiarlo. Il meccanismo è noto, ormai quasi automatico, se ti discosti dalla linea dominante su guerra in Ucraina, rapporto con la Russia, ruolo della Nato e sostegno senza troppe condizioni a Zelensky, vieni spostato fuori dal perimetro del confronto legittimo. Non sei più un avversario da contrastare. Diventi un caso da squalificare.

È qui che la polemica di queste ore assume un significato più ampio del personaggio. Quando una grande testata internazionale come il Financial Timesaccende il riflettore con certe categorie, il dibattito italiano assorbe immediatamente quell’immagine, quel frame e lo riversa nella contesa interna. Il passaggio è sempre lo stesso, da posizione politica discutibile a sospetto politico-morale. Se dici che l’Europa dovrebbe interrogarsi sui costi economici e strategici del conflitto, se sostieni che l’invio continuo di armi non sta avvicinando la pace, se chiedi che la diplomazia torni centrale, ecco pronta l’etichetta filo Putin.

Il punto, non è negare che esista una questione russa o che Mosca tenti di influenzare il dibattito europeo. Il punto è un altro, nel momento in cui quella categoria diventa il grimaldello buono per ogni dissenso, il confronto democratico si restringe. Si smette di rispondere nel merito e si preferisce attribuire una collocazione morale all’interlocutore. Non conta più che cosa dice, ma il recinto simbolico in cui lo si vuole rinchiudere.

In questo senso il parallelo con la Germania non è campato in aria. Con AfD, pur dentro un contesto diverso e con differenze evidenti, si è visto spesso un fenomeno simile. Prima ancora della critica politica, la costruzione di una barriera reputazionale. Chi esce dal seminato dell’ortodossia europeista e atlantica non viene soltanto contestato, viene presentato come un’anomalia da isolare, come un soggetto da rendere impresentabile. È una tecnica che funziona bene sul piano polemico, molto meno su quello democratico.

Anche per questo la reazione ironica rilanciata in queste ore dall’entourage di Vannacci, e amplificata da certa stampa, non è il cuore della notizia, ma semmai il sintomo del clima. Quando il dibattito si abbassa a caricatura reciproca, vuol dire che il livello precedente, quello del merito, è già saltato. E allora non si discute più se sia giusto continuare a spendere miliardi e inviare armi senza un orizzonte politico chiaro. Si discute se chi pone la domanda sia o no un infiltrato del nemico.

Una democrazia sicura di sé dovrebbe saper fare il contrario. Dovrebbe distinguere tra propaganda ostile e dissenso interno. Dovrebbe replicare agli argomenti con altri argomenti, non con un marchio delegittimante. Perché dire ‘basta armi, serve una via diplomatica’ può essere una posizione sbagliata oppure condivisibile, ma resta una posizione politica. Trasformarla automaticamente in prova di collusione ideologica significa impoverire il pluralismo e rendere più fragile il dibattito pubblico.

Alla fine, il nodo non è Vannacci. Il nodo è se in Europa – e in Italia di riflesso – sia ancora consentito uscire dal copione senza essere subito sospinti nel cono d’ombra del sospetto. Quando il dissenso viene trattato come devianza, la politica smette di confrontarsi e comincia a scomunicare. E di solito non è un buon segno.

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