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Esteri

Groenlandia: parti al lavoro per evitare un nuovo scontro

I contorni del patto tra Trump e Rutte non sono ancora definiti

di Mauro Trieste -


Sono arrivate conferme autorevoli sul principio di accordo sulla Groenlandia, raggiunto mercoledì a Davos tra il presidente statunitense Donald Trump e il segretario generale della Nato Mark Rutte. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha condiviso su X la prima pagina dell’edizione del New York Post, in cui si parla di “Dane Deal” (“accordo fatto”).

Il punto di partenza

Stati Uniti e la Danimarca rinegozieranno la loro intesa sull’isola del 1951, ha reso noto una fonte informata dei colloqui. Agli Usa sarà consentita la possibilità di aprire e mantenere basi militari nella regione dell’Artico. La sicurezza sarà rafforzata e i Paesi europei della Nato daranno un contributo.

Rutte non può negoziare a nome di Copenaghen sul futuro della Groenlandia, ma “sta lavorando lealmente per l’unità della Nato”. Lo ha affermato su X il ministro della Difesa danese, Lund Poulsen. Ribadita la “linea rossa”: “Non cederemo parti della sovranità del Regno”.

La reazione della Danimarca

Con gli Stati Uniti d’America “abbiamo lavorato a stretto contatto per molti anni. Ma dobbiamo lavorare insieme in modo rispettoso, senza minacce”, ha sottolineato la premier danese Mette Frederiksen, arrivando a Bruxelles per il Consiglio Europeo informale e straordinario dedicato alle relazioni transatlantiche.

I contorni del patto tra le parti non sono ancora chiari. Agli statunitensi, stando ad alcuni funzionari europei, potrebbe essere riconosciuto il diritto di intervenire per prima su qualsiasi investimento nelle risorse minerarie della Groenlandia, potendo approvare o bloccare operazioni di altri Paesi. L’obiettivo primario sarebbe quello di impedire a Russia e Cina di entrare nello sfruttamento delle “ricchezze” dell’isola.

Lo status della Groenlandia e l’Ue

La questione è solo in parte militare, dato che la Nato già presidia l’Oceano intorno alla regione. Il motivo della contesa è prevalentemente di carattere commerciale. L’uso della forza sarebbe un errore, ma il richiamo alle norme dell’Ue come argine è tutt’altro che corretto. Il territorio della regione, infatti, non è parte dell’Unione europea e il diritto comunitario non si applica alla Groenlandia.

Rientrata la minaccia degli Usa di punire con dazi aggiuntivi gli Stati dell’Ue che hanno inviato dei militari sull’isola, scatenando l’ira di Donald Trump, Bruxelles dovrebbe accantonare le contromisure che aveva paventato di varare. Lo strumento anticoercizione, ribattezzato “bazooka”, anche se prevede tempi lunghi ed è concepito più che altro come deterrente, non verrà attivato. Il suo utilizzo, in ogni caso, non era scontato perché alcuni Stati Ue, a partire da quelli Baltici che contano molto sulla protezione americana, erano apertamente contrari. Messa da parte anche la proroga dei controdazi da 93 miliardi di euro che erano stati approvati, e poi sospesi, come risposta proporzionata alle tariffe applicate dagli Usa all’import Ue, prima dell’accordo del luglio scorso firmato da Ursula von der Leyen sui campi da golf di Trump in un resort di Turnberry, in Scozia.

Merz e Macron

In Europa è già iniziata la gara per i presunti meriti per il pericolo scampato. Quanto è successo sulla Groenlandia “dimostra che l’unità e la determinazione da parte europea possono ottenere risultati”, ha osservato il cancelliere tedesco Friedrich Merz. “Sono molto grato – ha proseguito Merz – per il fatto che il presidente Donald Trump abbia abbandonato i suoi piani originali di annettere la Groenlandia e sono anche grato che si sia astenuto dall’imporre dazi aggiuntivi il primo febbraio. Tutto questo è il risultato degli sforzi congiunti tra Europa e Stati Uniti d’America per trovare una via d’uscita”.

L’Ue, quando resta “unita”, può “farsi rispettare”, ha sostenuto il presidente francese Emmanuel Macron. Usa. “Sono lieto – ha continuato Macron – che abbiamo iniziato la settimana con una specie di escalation di minacce, minacce di invasione e dazi, e che siamo tornati ad una situazione che mi sembra molto più accettabile, anche se rimaniamo vigili. Quando l’Europa reagisce in modo unito, utilizzando gli strumenti a sua disposizione, e quando è minacciata, può farsi rispettare. E questo è un ottimo risultato”.

Per il premier polacco Donald Tusk, la “leadership” degli Usa è “naturale”, è “ok”, ma c’è “differenza” tra leadership e “dominio”. “La coercizione non è un buon metodo – ha spiegato – specialmente nelle relazioni con i nostri partner transatlantici. Gli Usa sono il nostro partner più importante, per quanto riguarda la nostra sicurezza e abbiamo sempre accettato la leadership degli Usa”.


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