Il Capitano e il congresso plebiscitario
Se la strada verso il congresso della Lega dovesse chiudersi con un unico nome sul tabellone, il segnale inviato al Paese e alla propria base non sarebbe di forza, ma di profonda fragilità. Riprendendo le lucide tesi di Cerasa sul foglio, un partito che non garantisce la presenza di uno sfidante al proprio congresso, compie un vero e proprio suicidio politico.
Viene da chiedersi cosa spaventi davvero Matteo Salvini a tal punto da ostacolare la corsa di Massimo Garavaglia?
Probabilmente la risposta a questa scomoda domanda risiede nel malcontento strisciante di governatori, sindaci e amministratori locali che da tempo vedono snaturata l’identità del movimento. Proprio da parte di questi dirigenti si consuma però un fallimento politico e una pavidità incredibile. E di sicuro non assolvo i governatori. Che avrebbero una forza politica incredibile. Ma sembrano paralizzati.
Avrebbero dovuto da tempo porre un aut aut chiaro, pretendendo regole di partecipazione differenti e minacciando di lasciare il partito se il segretario non avesse aperto ad una gestione condivisa del movimento.
Di fronte a una presa di posizione compatta, cosa avrebbe potuto fare la leadership? Cacciare tre governatori? Aprire un processo sommario contro la propria classe dirigente di governo territoriale?
Sarebbe stato un fatto politico impossibile da ignorare o insabbiare. Invece, i capi politici ed amministrativi del Nord sono rimasti allineati, tranquilli e fin troppo buoni, rinunciando a far valere il peso dell’alternativa.
A Salvini, d’altronde, basterebbe un gesto di grande stile politico; potrebbe regalare le poche firme mancanti a Garavaglia per farlo correre, dimostrare apertura e poi stravincere nelle urne dei delegati. Il problema è che in Via Bellerio domina la paura che il dissenso trovi finalmente coraggio e che uno sfidante possa raccogliere un risultato significativo, incrinando il dogma dell’unanimismo.
Composti a via Bellerio c’erano tanti vivaci energie e molto eccellenza. Oggi solo cortigiani. Rompere l’unanimismo, salverebbe il partito. Mantenerlo lo paralizza.
Senza un grande acume strategico, il rischio è che il segretario compia gesti ancora più drastici e deleteri, illudendosi che epurando gli scontenti si possano evitare i processi interni.
La realtà è esattamente opposta!
Un congresso monolitico con un solo candidato paleserebbe a tutto il paese una Lega non più riformabile né rilanciabile.
Aprirebbe la strada a scontenti ancora più laceranti e decreterebbe il declino definitivo della sua democrazia interna. O meglio certificherebbe l’impossibilità che rinasca un confronto interno.
Per paradosso, è proprio a Salvini che converrebbe un congresso a due voci. Resta da vedere se avrà il coraggio e l’acume politico di fare la scelta giusta.
Di marcare la differenza tra un Capitano e un Capitone.
Magari Pian dei Giullari verrà in consiglio.
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