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Il dl Sicurezza è legge tra luci e ombre

di Giuseppe Tiani -


La conversione in legge del decreto sicurezza chiude una pagina importante, ma non risolve alcuni nodi nevralgici del personale della Polizia di Stato. La legge contiene norme non più rinviabili, contrasto al porto ingiustificato di lame, inasprimento verso condotte aggressive, prevenzione urbana e garanzie per i poliziotti che operano in condizioni di criticità.

È un terreno sul quale il Siap insiste da tempo, tutelare gli operatori non significa sottrarli alla legge, ma impedire che chi difende la legalità sia lasciato solo dentro automatismi giudiziari stritolanti. La novità dell’annotazione preliminare, non dell’immediata iscrizione nel registro degli indagati, quando il fatto appare riconducibile a una causa di giustificazione, apre una diversa fase procedurale. Non cancella garanzie o il controllo dell’autorità giudiziaria, né crea zone franche.

Quindi, se non servono ulteriori accertamenti, il pubblico ministero decide entro 30 giorni, se invece sono necessari accertamenti, anche tecnici e non ripetibili, il termine è di 120 giorni. Una scelta saggia, perché l’azione di polizia, in contesti dinamici e pericolosi, non può essere letta con la lente fredda dell’astrazione. Lo Stato deve verificare tutto, ma con strumenti rispettosi della funzione e della dignità professionale. Proprio per questo il decreto avrebbe potuto osare di più. Vi è uno spazio da costruire per rafforzare i margini di operatività della polizia giudiziaria nella fase pre-penale, prima che il pubblico ministero assuma la formale direzione delle indagini. Non per aggirare le garanzie legali di ogni cittadino, ma per rendere più tempestiva ed efficace la risposta dello Stato.

La polizia giudiziaria deve poter agire con responsabilità, tracciabilità, controllo, ma non può restare prigioniera di passaggi burocratici. Inoltre, è mancato un afflato riformista sul riconoscimento pieno della funzione del Questore quale autorità civile di pubblica sicurezza. In un tempo in cui la sicurezza richiede sempre più prevenzione, ordine pubblico, intelligence amministrativa, contrasto del disagio urbano, governo delle specialità e coordinamento, il Questore non può essere solo il terminale operativo o esecutivo. Quindi, deve tornare a essere il perno istituzionale della sicurezza democratica nella provincia, con autonomia di direzione funzionale e operativa delle forze in campo.

Va riconosciuto al ministro dell’Interno Piantedosi di avere accolto molte richieste del sindacato e mantenuto l’attenzione sul sistema sicurezza e i fenomeni criminogeni urbani. Sarebbe ingeneroso non affermarlo. Ma sarebbe sbagliato tacere il limite del metodo, un decreto così ampio, blindato dalla fiducia e senza vero margine emendativo, comprime la funzione del Parlamento. Sicurezza e giustizia sono materie troppo serie per essere consumate dentro un procedimento che riduce il confronto parlamentare a ratifica. Se la sicurezza è centrale nella vita democratica del Paese, e non può restare in posizione residuale in una Commissione che cumula affari costituzionali, Presidenza del Consiglio e interni.

Va restituita dignità parlamentare agli affari interni, attraverso una Commissione dedicata, come per la Difesa, e capace di seguire sicurezza pubblica, ordinamento dell’Interno, immigrazione, personale e rapporto fra libertà e legalità. Poi c’è il vulnus della specificità. Se per il rinnovo del contratto di poliziotti e militari, dal 2026 le risorse dedicate fossero davvero pari a 200 milioni per sicurezza, difesa e vigili del fuoco, per la Polizia di Stato la quota si attesterebbe a 42 milioni, che sono un segnale insufficiente che non aiuta e non risolve. Non si può chiedere più responsabilità, maggiori carichi di lavoro ed esposizione, non riconoscendo alla specificità un finanziamento adeguato.

Dentro questo quadro non è rinviabile la separazione del comparto sicurezza da quello della difesa. Che non è una rivendicazione nominalistica o di bandiera, ma una questione di efficienza dell’assetto ordinamentale e funzionale del sistema. La Polizia di Stato svolge una funzione civile, costituzionale, immersa nella società, nel conflitto urbano, nella prevenzione e nella tutela delle libertà. Per affrontare seriamente questo nodo chi governa e i gruppi dirigenti, devono superare il cinismo politico e la cultura servente del calcolo, per poter uscire dai veti incrociati degli apparati e dalle logiche che condizionano la selezione o l’alternanza alla guida di amministrazioni complesse.

Servono architetture coerenti con le funzioni reali, non equilibri conservativi che proteggono rendite di posizione e consuetudini, serve il coraggio di una cultura politica liberale e riformista. Il parallelismo è chiaro, bene le tutele professionali, bene le norme contro lame, aggressioni e criminalità predatoria, bene una procedura più equilibrata per gli operatori coinvolti in criticità operative. Ma se non si ristora il personale con risorse per indennità, straordinari, turni e specializzazioni, i decreti sicurezza restano formule nobili ma deboli, oltre che conflittuali nello scontro di posizione tra i partiti.

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