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Politica

Dl Sicurezza, la Camera dice sì: tra il bisogno di ordine e le “visioni” di Ilaria Salis

Il Dl Sicurezza passa alla Camera con 162 sì. Tra misure anti-degrado e legalità, spunta la critica di Ilaria Salis: per lei l'ordine è solo deriva autoritaria

di Anna Tortora -


La realtà dei fatti contro il teorema del sospetto

Centosessantadue voti favorevoli. Il Dl Sicurezza passa alla Camera e mette nero su bianco un’agenda che non concede spazio a troppe sfumature: si interviene su violenza, degrado urbano, occupazioni abusive, sfruttamento dei minori e immigrazione irregolare. Non sono concetti astratti, ma nodi gordiani che stringono il Paese da anni. La maggioranza ha scelto la linea della fermezza, cercando di restituire un perimetro di legalità a situazioni che, per troppo tempo, sono state lasciate marcire nel nome di una tolleranza eccessiva.

Eppure, non appena le luci dell’Aula si accendono sulla concretezza dei provvedimenti, ecco che si leva il coro dei teorici del disordine. Ilaria Salis attacca:
«Secondo me nemmeno il Governo crede di risolvere i problemi con più repressione e meno libertà. La loro strategia è piuttosto quella di strumentalizzare paure e insicurezze – spesso legittime, talvolta allucinazione frutto di certa propaganda – per trasformarle in consenso politico e imporre un’agenda autoritaria. Ma il giochino sta finendo».

Una lettura interessante, che trasforma il residente di una periferia degradata o il proprietario di una casa occupata in un visionario un po’ confuso, incapace di distinguere un reato da un miraggio. Di parere opposto l’on. Matilde Siracusano, Forza Italia, che riporta il dibattito a terra:
«In Aula urlano. Fuori, i cittadini chiedono sicurezza. Noi rispondiamo con i fatti: regole più dure per fermare violenza e aggressioni tra giovani. Altro che populismo e slogan!».

Siamo davanti a due mondi che non comunicano, se non per scontrarsi. Da un lato c’è l’approccio di chi si rifugia nell’astrazione per spiegare perché, in fondo, l’inerzia sia l’unica forma di rispetto; dall’altro, c’è la concretezza di chi sceglie di agire. È la solita, stanca dicotomia: da una parte la fatica di chi prova a rimettere insieme i cocci della legalità; dall’altra il riflesso condizionato di chi, con puntualità quasi svizzera, ravvisa in ogni tentativo di ordine una sorta di peccato originale contro la libertà del disordine.

Se l’ordine diventa un’offesa personale

Insomma, il copione è scritto e la recitazione è impeccabile. Da una parte si cerca di mettere un argine al caos, dall’altra si sollevano scudi ideologici in nome di una libertà che, stranamente, sembra coincidere sempre con il diritto di lasciar correre. E in questo teatro dell’assurdo, non poteva mancare il tocco di classe della nostra Ilaria Salis, ormai assurta a filosofa del diritto dal divano di casa (o da quello di qualcun altro, visti i precedenti in fatto di occupazioni). La sua analisi è di una profondità disarmante: se chiedi più sicurezza, sei vittima di un’allucinazione collettiva; se lo Stato prova a far rispettare la legge, è “deriva autoritaria”.

Viene quasi da sorridere a pensarci. Mentre il Governo si occupa di faccende come il degrado e le occupazioni abusive, l’onorevole Salis ci spiega che il “giochino sta finendo”. Forse ha ragione: il giochino di chi pensa che la legalità sia un optional e che le regole valgano solo per gli altri sta finendo davvero. Ma d’altronde, che pretendiamo? Per chi ha sempre guardato alla legalità come a un fastidioso optional burocratico, l’ordine non può che sembrare un’offesa personale. Resta solo un piccolo dubbio: chissà se, tra un proclama e l’altro contro le “misure indegne”, la nostra pasionaria abbia mai riflettuto sul fatto che la libertà degli uni finisce proprio dove comincia la serratura violata degli altri. O se anche questa, nel suo mondo al contrario, è solo un’allucinazione frutto della propaganda.

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