Il falso extravergine a tonnellate che inquina il Made in Italy
Diciotto tonnellate bloccate nel porto di Salerno: da Chieti al Canada, multa di soli 4mila euro all'azienda
Il porto di Salerno
Diciotto tonnellate di falso olio extravergine sequestrate nel porto di Salerno non sono uno scandalo per il volume ma per il Made in Italy. Sono uno scandalo per il significato (e per la sanzione di soli 4mila euro comminata ad un’azienda di Chieti).
Diciotto tonnellate di Evo falso
L’operazione che ha bloccato un intero lotto destinato all’export verso il Canada dimostra che la guerra sull’olio extravergine non si combatte più solo nei frantoi clandestini o nelle etichette fasulle dei prodotti che arrivano nei supermercati, ma lungo le rotte commerciali internazionali, dove il falso Evo diventa merce globale e il marchio Italia un moltiplicatore di valore da sfruttare.
Perciò l’operazione mirata al monitoraggio dei flussi di import-export di olio d’oliva promossa dalla Cabina di Regia del ministero guidato da Francesco Lollobrigida.
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Una “goccia nel mare”?
Diciotto tonnellate, l’equivalente di un container o di un grande autoarticolato. In termini assoluti, una quantità modesta: l’Italia produce mediamente tra 200mila e 300mila tonnellate di olio all’anno. È, letteralmente, una goccia nel mare. Ma nel mondo delle frodi alimentari di fascia “alta” è un sequestro pesante. Non è un errore burocratico o una partita irregolare arrivata sulla banchina per sbaglio.
E’ un lotto intero pronto a uscire dai confini nazionali, con documenti, etichette e destinazione estera. È un’operazione costruita. È logistica pura, non improvvisazione.
Qui, il punto: non il numero, ma il metodo. Una ditta italiana che utilizza un porto nazionale per spedire olio non conforme spacciato per extravergine verso un mercato straniero racconta un passaggio di fase.
Il Made in Italy sotto attacco
Il “Made in Italy” non è sotto attacco solo dall’esterno, con il classico italian sounding o la contraffazione palese. È sotto pressione dall’interno, attraverso imprenditori infedeli che sfruttano la reputazione costruita da migliaia di produttori onesti. Il carico sequestrato era diretto in Canada, dove l’olio Evo gode di un’immagine particolarmente forte e di vendite in crescita.
Per gli operatori disonesti, esportare sotto etichetta italiana consente margini di guadagno maggiori rispetto alla vendita domestica, proprio perché il consumatore straniero associa il marchio “Italia” a qualità e valore nutrizionale. Tuttavia, non sono solo etichette mendaci: nel caso in esame le confezioni recavano l’indicazione di “origine Ue” nonostante l’olio fosse frutto di miscele anche extra-Ue, un’ulteriore violazione dell’obbligo di trasparenza sulla provenienza. Questo sequestro è la spia di almeno tre dinamiche strutturali.
Una frode strutturale
La prima è il “clean washing” dell’olio nordafricano. Enormi quantità di olio arrivano legalmente dal Nord Africa, in particolare dalla Tunisia, a prezzi che possono aggirarsi attorno ai 4 euro al chilo nelle fasi di surplus produttivo. È olio legale, ma diventa materia prima perfetta per operazioni opache: miscelato, declassato o — nei casi peggiori — promosso artificialmente a Evo nelle carte e nelle etichette destinate all’export.
Quando il differenziale di prezzo tra un vero Evo italiano e un olio di base straniero è così ampio, la tentazione di “tagliare” o sostituire diventa una leva criminale potentissima.
La seconda dinamica è l’export come zona percepita a minor rischio. Per anni molti operatori scorretti hanno ragionato così: i controlli più serrati sono sugli scaffali italiani, dove la sensibilità del consumatore e l’attenzione mediatica sono alte. Sui flussi in uscita, diretti oltreoceano o verso mercati meno strutturati, la probabilità di intercettazione sarebbe minore. Il sequestro dimostra questa convinzione sempre più pericolosa.
Sempre più indagini nei porti
La pressione investigativa si è spostata anche sui porti, sulla documentazione doganale, sui carichi pronti a salpare. Ma il fatto stesso che un lotto del genere sia arrivato a quel punto indica che qualcuno ha ritenuto il rischio accettabile. La terza dinamica è la crisi della produzione nazionale. Raccolti scarsi, costi energetici e agricoli elevati, clima estremo.
Con meno olio italiano disponibile e prezzi in crescita, mantenere volumi commerciali diventa difficile. Qui il sistema si incrina: la filiera industriale e commerciale, abituata a certi numeri, cerca di “integrare” con oli esteri a basso costo. Nella zona grigia si infilano prodotti di qualità inferiore, talvolta deodorati per attenuare difetti, che sulla carta diventano extravergini. Il mercato chiede quantità, il campo non le dà, la frode colma il vuoto.
La pubblicità negativa all’estero
In questo scenario, 18 tonnellate non cambiano i bilanci nazionali ma la fotografia del rischio. Perché un singolo lotto esportato con etichetta ingannevole può inquinare un intero mercato estero ed erodere fiducia nel marchio Italia. Un danno reputazionale che si moltiplica. Ogni bottiglia falsa all’estero, pubblicità negativa per quelle vere.
La lotta al falso Evo non è quindi solo una questione di sequestri o sanzioni (scandalosamente limitate). È una battaglia sulla credibilità di un sistema produttivo che vale miliardi, su una filiera frammentata, su controlli che devono inseguire reti commerciali sempre più veloci e globali. Il container bloccato è la prova che i controlli funzionano. Ma pure il segnale che la pressione economica e la creatività delle frodi stanno alzando il livello dello scontro. Il vero fronte non è più solo l’olio falso, ma la difesa stessa del significato di “Evo italiano”.
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