Il monito di Mattarella basterà?
Bastava una miccia. E Nicola Gratteri, con la consueta delicatezza, l’ha accesa. Definire «delinquenti e immorali» i cittadini che voteranno sì alla separazione delle carriere non è una gaffe, è una dichiarazione di guerra.
Pronunciata da un magistrato in servizio, durante una campagna referendaria su una riforma costituzionale che riguarda direttamente la categoria di cui fa parte. Il conflitto di interessi, formalmente, è talmente evidente da non richiedere commento.
Quello che invece merita un commento è la traiettoria di Gratteri come personaggio pubblico. Da tempo la sinistra lo coccola, promosso, trasformato in simbolo. L’antimafia con la faccia dura, il magistrato che non teme nessuno, il testimonial ideale per una certa narrazione giustizialista che della lotta alla criminalità organizzata ha fatto bandiera politica prima ancora che impegno istituzionale.
Gratteri riempiva le piazze, vendeva i libri, occupava i salotti televisivi. La sinistra era felice di prestargli il microfono. Poi è arrivato il referendum. Lui è il testimonial. E Gratteri ha fatto quello che ha sempre fatto: ha alzato la voce, ha semplificato, ha insultato.
Solo che stavolta gli insulti erano rivolti non ai boss della ‘ndrangheta ma ai comuni cittadini che si accingono a esprimere un voto. Troppo anche per i suoi sponsor abituali. Il Pd e i progressisti che lo avevano elevato a icona ora prendono discretamente le distanze, imbarazzati dall’eccesso, dal-
la ruvidezza, dal protagonismo che non riescono più a governare. Lo hanno creato e adesso non sanno come metterlo a tacere senza sembrare contraddittori.
Quindi a tacere sono loro. C’è poi una questione che nessuno osa sollevare con la dovuta chiarezza. Gratteri parla di ‘ndrangheta con la frequenza di un mantra, in ogni libro, in ogni intervista, in ogni apparizione pubblica. È diventato il suo marchio, la sua identità mediatica, il motivo per cui viene
invitato ovunque. Peccato che dal 2023 sia Procuratore della Repubblica di Napoli.
Una città, per chi non lo sapesse, dove la camorra esiste, prospera, uccide e traffica con una vitalità che non ha nulla da invidiare alla criminalità calabrese. Ma della camorra Gratteri parla poco.
Forse perché non è il suo mantra. Forse perché il brand costruito in decenni di ‘ndrangheta non si cambia facilmente. O forse perché Napoli, con le sue contraddizioni esplosive, è più difficile da raccontare nei talk show rispetto alle cosche calabresi.
Nel frattempo, Giorgia Meloni ha colto l’occasione per rinfacciare a certa ‘magistratura politicizzata’ quello che il centrodestra rumina da anni: giudici come ostacolo sistematico alla gestione dei flussi migratori, alle politiche di sicurezza, all’azione di governo. Non una novità. Ma dirlo adesso trasforma la contestazione in benzina sul fuoco referendario.
Il colpo più pesante, però, lo ha assestato Carlo Nordio. Il Ministro della Giustizia si è lasciato andare a una frase che molti potrebbero aver pensato e pochi avrebbero osato pronunciare. Un’affermazione che probabilmente rispecchia il sentimento sommerso di milioni di italiani che hanno vissuto sulla propria pelle, o su quella di qualcuno vicino, il peso di un avviso di garanzia trasformato in gogna pubblica, di un’indagine archiviata e di assoluzioni dopo aver distrutto una carriera. Nordio lo ha detto. La magistratura ha fatto la faccia scandalizzata.
L’Anm ha reagito con la solita aria di chi viene disturbato nel proprio ufficio da questioni troppo basse per meritare risposta. Snobismo e permalosità stizzita: il registro consueto di una corporazione abituata a considerare ogni critica come un attacco all’indipendenza della giustizia, ogni riforma come un tentativo di intimidazione, ogni voto popolare come un pericolo da scongiurare.
Il punto è che questa è solo l’ultima esplosione di una polveriera che si carica da trent’anni. Da Tangentopoli in poi, il rapporto tra magistratura e classe politico-amministrativa italiana non si è mai normalizzato. È rimasto sospeso in un equilibrio ostile, fatto di diffidenza reciproca, di carriere spezzate e di processi usati come armi, di riforme tentate e affossate, di leggi costruite per colpire e leggi costruite per difendersi.
Il «tintinnio delle manette» ha funzionato per anni come deterrente informale nei confronti dell’intera amministrazione pubblica. Ogni assessore, ogni dirigente, ogni sindaco di provincia sa che una firma sbagliata, un appalto contestato, una delibera impugnata può trasformarsi in un fascicolo penale. La conseguenza pratica non è la virtù, ma il blocco: la paralisi decisionale di un Paese dove chi agisce rischia e chi non agisce è al sicuro.
Gratteri ha fatto esplodere una bomba. Ma le bombe inesplose erano già lì, accatastate nel bunker di una tensione istituzionale che nessuno ha mai davvero voluto disinnescare. Il referendum sulla separazione delle carriere non è una riforma tecnica del diritto processuale. È il termometro di un conflitto che attraversa la Repubblica da quando i magistrati di Milano decisero, nel 1992, che la politica italiana andava giudicata. Trent’anni dopo, il giudizio non è ancora finito. E il banco, finalmente, è saltato.
E ora, basterà il monito del Presidente della Repubblica per far cessare il fuoco?
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