Violenza giovanile e spazi urbani
Ormai è una deriva inarrestabile: gli spazi urbani delle nostre città sono terreno di conquista per bande giovanili di ogni provenienza. Stazioni, centri storici, grande distribuzione commerciale, tutto è invaso da bande di minorenni e giovanissimi che si rendono capaci delle violenze più efferate, da nord a sud, una guerra continua a suon di coltellate, risse, stupri e omicidi.
La “generazione delle lame” non fa sconti e non c’è famiglia, scuola, servizio sociale che riesca ad arginare il fenomeno con un’efficace attività di prevenzione. Dalle aggressioni nei luoghi della movida alle spedizioni punitive contro insegnanti ed educatori, dalle baby gang al bullismo dentro e fuori scuola. Di particolare impatto è la violenza performativa: aggressioni fisiche commesse con l’unico scopo di essere filmate e rese virali trasformando l’atto violento in un assurdo contenuto digitale.
La visibilità con cui questi episodi di violenza (tra pari o verso gli adulti) occupano lo spazio pubblico è diventata tale da farli percepire come un vero e proprio allarme sociale.
Statistiche reperibili in rete dimostrano in particolare che la violenza tra gli adolescenti italiani è in una fase di ripresa: nell’ultimo anno, circa il 40% degli studenti tra i 15 e i 19 anni ha partecipato a zuffe o risse, un dato che si traduce in quasi un milione di ragazzi e ragazze coinvolti in episodi di scontro fisico.
Secondo l’ultimo approfondimento del rapporto ESPAD Italia (curato dal Cnr-Ifc di Pisa), non si tratta solo di conflitti occasionali: il 12% dei giovanissimi prende parte a violenze di gruppo, spesso dirette contro sconosciuti, e in oltre il 5% dei casi gli scontri portano a ferite così gravi da richiedere cure mediche.
I dati a disposizione dimostrano che a livello individuale, incidono precedenti di devianza, di comportamenti criminali e aggressivi, fragilità psicologiche e abuso di alcol e droghe.
A livello famigliare e relazionale, pesano una scarsa supervisione genitoriale, pratiche educative incoerenti o punitive, il coinvolgimento dei genitori in attività criminali e la frequentazione di coetanei delinquenti.
A livello comunitario, contano i contesti segnati da criminalità diffusa, presenza di gang, accesso ad armi e droghe, facile reperibilità dell’alcol, disoccupazione, disuguaglianze di reddito e povertà concentrata.
Le politiche che ostacolano l’abuso di alcol e droghe, regolano in modo restrittivo la disponibilità di armi, rafforzano forme di controllo del territorio orientate alla prevenzione e intervengono sulla povertà concentrata e sul degrado urbano possono contribuire in modo significativo alla riduzione della violenza. Ma non sono sufficienti.
Occorre anche un politica sanzionatoria adeguata a scoraggiare i comportamenti violenti e a costruire adeguati livelli di sicurezza nelle città. La presenza delle forze dell’ordine e dell’esercito è la cura migliore per garantire livelli adeguati di civiltà per chi vive nelle aree urbane del paese ma non è possibile presidiare tutto il territorio dalle periferie estreme ai centri storici, dalle stazioni secondarie ai luoghi di ritrovo.
La mancanza di centri di aggregazione sani e di alternative costruttive sul territorio spinge i giovani verso la strada. In contesti degradati, la dinamica del “branco” diventa un modo per ottenere protezione e status.
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