C’è un’immagine che racconta meglio di qualsiasi analisi il momento geopolitico attuale. Da un lato Papa Leone XIV che, con la sua consueta finezza, ha benedetto l’accordo tra Stati Uniti e Iran come frutto di “paziente dialogo e negoziazione”, dall’altro Donald Trump che entrando nell’aula del G7 di Evian in ritardo, si è presentato con un “Ciao, sono il boss” e ha annunciato che, se Teheran “si comporta male”, tornerà a “far piovere bombe sulle loro teste”. Due mondi, due linguaggi, due idee di leadership che oggi si sfiorano e si scontrano sulla scena internazionale.
Le parole del Papa e la concezione di Trump
Il Papa ha parlato ai pellegrini e ai leader con un lessico di responsabilità e riconciliazione, auspicando stabilità e invocando percorsi di cooperazione. È un approccio che cerca di ricucire, di dare profondità morale a un negoziato fragile. Il presidente statunitense, invece, ha rivendicato solitudine e autosufficienza: “Non c’è più motivo che gli altri siano coinvolti”, ha detto il tycoon, liquidando gli alleati che per mesi hanno lavorato per evitare un conflitto regionale. È la sua visione del mondo, dove contano i “muscoli”.
Meloni invoca l’unità dell’Occidente
Un contrasto che pesa ancora di più se confrontato con l’appello all’unità dell’Occidente lanciato da Giorgia Meloni. La premier italiana, nel suo messaggio dal G7, ha insistito sulla necessità di un fronte compatto, capace di parlare con una sola voce in un tempo “complesso”. Ma mentre l’Italia prova a tessere la tela delle relazioni, la Casa Bianca strappa. L’idea di Trump di leggere “parola per parola” il memorandum in conferenza stampa per evitare “distorsioni” è l’ennesimo segnale di una gestione personalistica del dossier iraniano, lontana dalla logica multilaterale che alcuni Paesi europei tentano di difendere.
La bozza del memorandum d’intesa Usa-Iran
Intanto il memorandum d’intesa che dovrebbe sancire il cessate il fuoco resta un testo dai contorni sfumati, quasi evanescenti. Bloomberg ne ha pubblicato una bozza, ma Teheran l’ha smentita: “numerose inesattezze”, “dettagli incompleti”, “versione non accurata”. La vaghezza non è un dettaglio tecnico, ma il cuore del problema. Il documento rinvia a fasi successive tutte le questioni più sensibili, dal futuro dell’uranio arricchito al ruolo dei gruppi armati sostenuti dalla Repubblica islamica – e lascia aperto persino il nodo più simbolico, quello dello Stretto di Hormuz. La formula sul ritorno del traffico navale ai livelli pre-conflitto è talmente elastica da consentire letture opposte. Per Washington non implica alcun riconoscimento del controllo iraniano. Per l’Iran, al contrario, conferma la propria prerogativa di regolamentare il passaggio.
Il nodo dei fondi di Teheran
E poi c’è la questione più esplosiva di tutte, quella dei fondi iraniani congelati all’estero. Decine di miliardi di dollari bloccati tra Asia, Medio Oriente ed Europa, una leva finanziaria che gli Usa usano da anni come strumento di pressione. L’Iran ne chiede lo sblocco graduale, almeno 24 miliardi nella prima fase, secondo il Wall Street Journal – e considera questo punto la vera cartina di tornasole della buona fede americana. Gli americani, forti del ruolo del dollaro nel commercio energetico globale, mantengono il controllo del rubinetto. È qui che si gioca la credibilità dell’intesa più che nei termini.
Il Libano e i negoziati con Israele
Sul fronte libanese, infine, si apre un altro capitolo della partita. Il presidente Joseph Aoun insiste nel tenere separati i negoziati con Israele dal grande accordo Usa-Iran, presentando il Libano come attore sovrano e non come pedina. Una posizione che mira a rassicurare Washington e Tel Aviv, desiderosi di una Beirut più distante dall’orbita iraniana e di un Hezbollah indebolito. Un equilibrio fragile. Il G7 chiede il disarmo del movimento sciita, Macron riceve oggi il premier Salam all’Eliseo.
In questo scenario, la distanza tra la profondità del Papa e la rozzezza di Trump non è un semplice contrasto di stile: è una frattura politica, quasi antropologica. Da una parte c’è l’idea che l’ordine internazionale possa ancora reggersi su fiducia, responsabilità condivisa, pazienza negoziale. Sull’altro versante, permane la convinzione che il mondo sia un ring permanente, dove la forza prevale sulla regola e il dialogo è solo un intermezzo tra due dimostrazioni di potenza.