Tutti i nomi dei marchi presenti nelle vetrine italiane che si servono di un sistema che opera in "zone grigie" del mondo del lavoro locale
Fabbriche “green”, lavoro povero: il paradosso nascosto dei marchi moda in Bangladesh. Dietro le etichette del fashion che riempiono le vetrine europee – e quelle italiane – un paradosso sempre più evidente. Fabbriche considerate tra le più sostenibili al mondo dal punto di vista ambientale continuano a operare con salari bassissimi e scarse tutele per i lavoratori.
Marchi moda green in Bangladesh?
È quanto emerge dal rapporto “Fabbriche verdi, lavoro grigio” pubblicato da FAIR nell’ambito della Campagna Abiti Puliti, che analizza il settore tessile del Bangladesh, uno dei principali poli produttivi dell’abbigliamento globale.
La ricerca non si limita a segnalare una contraddizione tra sostenibilità ambientale e diritti sociali, ma mostra anche come queste fabbriche riforniscano numerosi marchi internazionali della moda, inclusi diversi brand presenti sul mercato italiano ed europeo.
Cosa rivela il rapporto: fabbriche “verdi” ma lavoro senza diritti
L’indagine è stata realizzata tra ottobre 2024 e maggio 2025 in collaborazione con il Bangladesh Centre for Worker Solidarity e prende in esame il cuore dell’industria tessile del Paese, dove lavorano circa quattro milioni di persone, in gran parte donne.
Nel settore operano circa quattromila fabbriche, e 248 di queste hanno ottenuto la certificazione ambientale Leed, uno degli standard più diffusi per indicare edifici industriali energeticamente efficienti e a basso impatto ambientale.
Il rapporto mostra però come il riconoscimento “green” non implichi automaticamente condizioni di lavoro dignitose. L’analisi approfondita di alcune fabbriche certificate evidenzia l’assenza di rappresentanza sindacale e una forte distanza tra gli stipendi effettivamente percepiti e il cosiddetto salario dignitoso. In diversi casi il divario arriva a circa il 70 per cento, segno che l’efficienza energetica e l’attenzione ambientale possono convivere con un sistema produttivo che continua a comprimere i diritti dei lavoratori.
Il legame con i marchi della moda internazionale
Il rapporto sottolinea che queste fabbriche non sono realtà marginali, ma nodi centrali della filiera globale dell’abbigliamento. Nelle strutture analizzate vengono infatti prodotti capi destinati a marchi molto diffusi nei mercati occidentali, tra cui Benetton, Bestseller, Decathlon, Fruit of the Loom, GAP, H&M, Hugo Boss, Kiabi, M&S, NEXT, OVS, Zara, Walmart, Wrangler.
Il rapporto non accusa direttamente questi brand di violazioni specifiche all’interno delle singole fabbriche, ma evidenzia il collegamento strutturale tra il sistema di produzione in Bangladesh e le catene globali della moda.
In altre parole, molti marchi internazionali – compresi alcuni presenti nelle principali vie commerciali italiane – dipendono da stabilimenti che possono vantare standard ambientali avanzati ma che continuano a presentare problemi rilevanti sul piano dei diritti del lavoro.
I dati sul settore: un pilastro dell’economia globale della moda
Il Bangladesh è oggi uno dei principali esportatori mondiali di abbigliamento e rappresenta uno dei pilastri della produzione per il mercato occidentale. Il settore tessile impiega circa quattro milioni di lavoratori e costituisce uno dei motori principali dell’economia nazionale.
Il rapporto sottolinea che proprio per questo motivo le dinamiche produttive del Paese hanno un impatto diretto sulle filiere globali della moda. Le fabbriche certificate come sostenibili rappresentano spesso il volto più avanzato dell’industria, ma l’indagine mostra come la transizione ecologica del settore rischi di restare incompleta se non viene accompagnata da riforme profonde sulle condizioni di lavoro, sulla libertà sindacale e sui livelli salariali.
La richiesta alle aziende della moda
Per superare questo squilibrio tra sostenibilità ambientale e diritti sociali, il rapporto invita i marchi che operano in Bangladesh a rafforzare gli strumenti di controllo sulla filiera e a sostenere accordi vincolanti sulla sicurezza e sui diritti dei lavoratori, nati dopo il crollo del Rana Plaza del 2013.
L’obiettivo indicato dagli autori è quello di una vera “transizione giusta” dell’industria della moda, in cui le politiche ambientali siano accompagnate da salari dignitosi, libertà di organizzazione sindacale e condizioni di lavoro sicure.
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