Il repulisti di Meloni, via della Scrofa a un bivio
Il ritorno al partito della "tolleranza zero"
Il ritorno della “fiamma fredda”: il repulisti di Meloni, via della Scrofa è a un bivio
Il verdetto delle urne referendarie ha consegnato a Giorgia Meloni non solo un dato numerico ma un imperativo politico: la necessità di uno scossone, di un drastico riposizionamento. Dopo mesi di equilibrismi istituzionali e di mediazioni europee che avevano iniziato a sfilacciare l’identità profonda di Fratelli d’Italia, la premier ha scelto la via della rottura.
Il rotolamento di teste
È iniziato il “rotolamento di teste”, un riassetto interno che sa di ritorno alle origini, a quel partito della “tolleranza zero” che cresceva all’opposizione fiero del suo 4%, ignorando le sirene del governo Draghi in nome di una coerenza allora ritenuta velleitaria e oggi rivendicata come bussola d’azione.
Per anni, FdI è cresciuto nel culto della disciplina e dell’intransigenza. Tuttavia, l’approdo a Palazzo Chigi ha introdotto tossine sistemiche: pragmatismo eccessivo, inciampi comunicativi e una “classe dirigente” che mai lo era stata. In alcuni segmenti, più interessata alla gestione del potere che alla tenuta ideale.
Questa scossa d’autorità meloniana nasce dalla consapevolezza che, senza un intervento chirurgico, il partito rischierebbe l’atrofia tipica delle formazioni travolte dalla routine.
La premier punta al ripristino di una “dura coerenza”
Non è solo estetica: è una strategia per giocare d’ora in poi davvero d’anticipo. In un momento in cui il consenso non è più una crescita inerziale ma una trincea da difendere, Meloni mette in sicurezza la catena di comando, sacrificando chi ha interpretato il ruolo con eccessiva leggerezza o peggio, è stato negli scorsi mesi al riparo di quel “moderatismo di convenienza” che la base storica non ha mai digerito.
Il cuore della tensione, per anticipare un distacco tra i vertici e il Paese reale. Negli ultimi mesi, esponenti di primo piano stati accusati, sottovoce, di essersi lasciati “assorbire” dai riti della politica, smarrendo quella carica identitaria che era il marchio di fabbrica del partito.
Meloni legge nel risultato referendario un segnale d’allarme: la necessità di riportare l’azione di governo su binari più netti, meno inclini al compromesso al ribasso. È una sfida alla sua stessa classe politica: dimostrare di saper stare nelle istituzioni senza farsi cambiare da esse. Chi non ha tenuto il passo, chi si è mostrato più incline alla conservazione della poltrona che alla difesa delle tesi di via della Scrofa, oggi si trova fuori dal perimetro di fiducia della presidente.
Le onde d’urto del terremoto
Il terremoto nel partito di maggioranza relativa ha immediatamente propagato le sue onde d’urto verso gli alleati. Il primo a cadere, Maurizio Gasparri, le cui dimissioni da capogruppo al Senato segnano la fine di un’era. Non un segreto e ai massimi storici il nervosismo tra Arcore e Segrate.
Il “repulisti” di Meloni offre alla primogenita di Silvio l’assist perfetto per pretendere una resa dei conti interna, accelerando un ricambio che pareva congelato, in nome di una maggiore efficienza aziendalista applicata alla politica.
Ma è dentro FdI che la tensione si taglia con il coltello. Le indiscrezioni su una posizione traballante di Giovanni Donzelli, storico braccio destro e organizzatore del partito, il termometro della crisi. E l’anteprima di un corto circuito ai vertici. Se persino uno dei “fedelissimi della prima ora” finisce sotto esame, significa davvero che la premier non è più disposta a concedere sconti a nessuno.
Due scenari
Questo ritorno all’inflessibilità con il repulisti – ieri un’altra spia, il voto dei parlamentari Fdi in Europa alla Direttiva anti corruzione – può condurre a due scenari opposti, ad un bivio per il partito di Meloni.
Da un lato, il consolidamento egemonico: un partito più snello, ideologicamente compatto e privo di zone d’ombra, capace di affrontare la seconda metà della legislatura con una disciplina quasi militare.
Dall’altro, il rischio dell’isolamento: una deriva che, nel tentativo di espellere ogni elemento di disturbo, finisca per alienare figure tecniche e moderate necessarie per governare un Paese complesso.
Il “bivio della storia” per Fratelli d’Italia. capire se si può essere contemporaneamente il partito del 30% e la forza d’urto intransigente delle origini. Giorgia Meloni sembra aver scommesso sulla linea dura, convinta che il potere si mantenga non allargando le maglie del compromesso, ma serrando i pugni sulla coerenza.
Torna alle notizie in home