La facciata di potenza americana si sta sgretolando, e Donald Trump non riesce più a nascondere il fallimento strategico che lo sta travolgendo. La guerra in Iran, nata come dimostrazione muscolare, è diventata il pantano che rivela l’impotenza tattica degli Stati Uniti. La narrazione trionfalistica della Casa Bianca si dissolve sotto il peso dei fatti. Il New York Times ha scritto che Trump è “impantanato in Iran” e “sta imparando i limiti del potere” con un conflitto che non ha centrato gli obiettivi dichiarati e che sta consumando la sua presidenza dall’interno. Quello che doveva essere un intervento rapido, “modello Venezuela”, si è trasformato in una spirale lunga, costosa, politicamente corrosiva. E soprattutto senza via d’uscita.
La Casa Bianca nasconde il problema delle munizioni e i caduti
La crisi delle munizioni, negata pubblicamente dal presidente, è diventata un tema di sicurezza nazionale. Le scorte di intercettori Patriot e THAAD sono state consumate a ritmi tali da spingere la presidenza a chiedere ai media di non pubblicare dati aggiornati, mentre il Pentagono ha iniziato a riclassificare le vittime del conflitto, spostando quattro soldati americani uccisi in una categoria separata. Una scelta che solleva interrogativi sulla trasparenza dell’amministrazione e sul numero effettivo dei caduti.
Il generale Dan Caine ha avvertito che un’ulteriore escalation prosciugherebbe “pericolosamente” le difese del Centcom, costringendo il tycoon a frenare non per scelta strategica, ma per mancanza di mezzi. Washington non guida più la crisi, la subisce.
La situazione nello Stretto di Hormuz
Il “colpo” più duro arriva proprio dallo Stretto, dove la realtà è impietosa. Teheran controlla il traffico. Quasi tutte le navi transitate negli ultimi giorni hanno seguito la rotta settentrionale indicata dalle autorità iraniane. Nessuna ha scelto la via meridionale promossa dagli Stati Uniti. I dati Ais confermano che il traffico mercantile internazionale preferisce la rotta della Repubblica islamica, nonostante le implicazioni politiche e le sanzioni. È un segnale di forza, di credibilità, di capacità di dettare le condizioni. Gli Stati Uniti, come ha affermato il portavoce Baghaei, “sono bloccati nella situazione che hanno creato”. E mentre Oman e Iran discutono direttamente della gestione dello stretto, gli Usa restano fuori dalla stanza, relegati a spettatori di una partita che credevano di poter arbitrare.
Netanyahu da Trump
In questo quadro, il viaggio di Benjamin Netanyahu negli Stati Uniti assume un tono quasi implorante. Il premier israeliano cerca rassicurazioni, sostegno, un segnale di solidità da parte di un alleato che appare sempre più incerto. Ma la sua missione è indebolita dalla pressione interna dell’ala oltranzista. Itamar Ben Gvir, con la consueta retorica incendiaria, ha definito l’Iran “un regime nazista”, sostenendo che “non ha senso parlare con Teheran attraverso la diplomazia”. Una linea che non solo complica la posizione del premier, ma rischia di trascinare Israele in una postura rigida proprio mentre la regione richiederebbe lucidità e prudenza. Il primo ministro è partito per Washington, dove oggi vedrà Trump, promettendo di “salvaguardare la sicurezza e ampliare la sfera di pace”, ma il contesto che lo circonda è tutto fuorché pacificato.
Tensione alle stelle tra gli Houthi e l’Arabia Saudita
Intanto, sul fronte meridionale, lo scontro tra gli Houthi e l’Arabia Saudita si intensifica. Il gruppo yemenita alleato dell’Iran ha rivendicato attacchi contro infrastrutture energetiche saudite, colpendo nodi cruciali del transito petrolifero verso Yanbu. Riad ha risposto intercettando droni e promettendo ritorsioni “al momento opportuno”, denunciando operazioni condotte da milizie sostenute dagli iraniani in territorio iracheno.
Il conflitto si sta arroventando, alimentato da attori regionali che usano lo Yemen come terreno di confronto indiretto. Ogni attacco, ogni rappresaglia, ogni dramma locale si innesta in una dinamica più ampia, più instabile, più pericolosa.
Il quadro complessivo è quello di un Medio Oriente che scivola verso una fase di tensione estrema. Gli Stati Uniti arrancano, l’Iran consolida la propria strategia, Israele è attraversato da spinte interne che ne complicano la posizione, l’Arabia Saudita è sotto pressione su più fronti. È un sistema che vibra, che si incrina, che rischia di precipitare. Il Medio Oriente è di nuovo sul filo. Un filo più sottile che mai.
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