Il nuovo monito di Donald Trump agli Houthi e all’Iran, diffuso su Truth, si inserisce in una sequenza diventata ormai prevedibile. Dichiarazioni roboanti, minacce di “un attacco più grande che mai”, accuse di proxy warfare. Una retorica che punta a riaffermare la centralità americana ma che, nei fatti, non modifica la dinamica della crisi. Il tycoon ha avvertito che gli Stati Uniti “riterranno l’Iran responsabile” se i ribelli yemeniti colpiranno ancora navi saudite nel Mar Rosso. Ma la mossa appare più come un esercizio di comunicazione politica che come un elemento capace di influenzare davvero gli attori sul terreno.
Ghalibaf demolisce la strategia di Trump
La realtà è che Teheran non si muove sulla base delle parole di Washington. La postura iraniana è strutturata, coerente, calibrata. Lo dimostra la risposta di Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che su X ha ironizzato sul rialzo del petrolio a tre cifre: “Volevano punire l’Iran. Hanno finito per punire se stessi. Strategia da 10 e lode”. Il messaggio, accompagnato dal meme dell’economia americana che si sabota da sola, è la sintesi di una consapevolezza strategica. La Repubblica islamica sa che la pressione militare e la destabilizzazione delle rotte energetiche producono effetti globali immediati. E sa che gli Stati Uniti, oggi, non dispongono di un piano unitario.
Le navi nello Stretto di Hormuz sono sotto tiro
La sequenza degli attacchi rivendicati dai Pasdaran conferma questa lettura. L’Irgc ha annunciato di aver fermato tre petroliere nello Stretto di Hormuz, accusandole di aver tentato di attraversare un “passaggio minato”. Una delle navi sarebbe esplosa, le altre due avrebbero invertito la rotta. Poi la dichiarazione più pesante: lo Stretto resterà “totalmente chiuso” finché gli Usa proseguiranno le loro “azioni malvagie”. Hormuz è il punto di passaggio di circa un quinto del petrolio mondiale. Prospettarne la chiusura significa esercitare una leva strategica che nessuna potenza può ignorare.
Teheran colpisce gli alleati degli Usa
Parallelamente, i Guardiani della Rivoluzione hanno rivendicato la distruzione di un radar americano del sistema THAAD in Giordania, di un Patriot e l’incendio di un hangar per elicotteri. Nuovi raid sono stati condotti contro le basi statunitensi in Kuwait in un crescendo che si inserisce in una logica di pressione continua. L’Iran non cerca lo scontro totale. Mira a dimostrare che può colpire ovunque, in qualsiasi momento, e con un ventaglio di strumenti che va dai droni ai proxy regionali.
Gli Houthi sono passati dalle parole ai fatti
Tra questi, gli Houthi restano l’elemento più visibile. I ribelli yemeniti hanno sbandierato nuovi attacchi contro due petroliere saudite nel Mar Rosso, Encelia e Layla, accusate di “violazione del blocco”. Ogni operazione contribuisce a destabilizzare una delle arterie vitali del commercio globale. Le tensioni nello Stretto di Hormuz hanno già rallentato il traffico petrolifero, coinvolgendo circa il 10% delle spedizioni mondiali. Un blocco efficace del Mar Rosso potrebbe sottrarre un ulteriore 7% dell’offerta di greggio. Non è un’ipotesi teorica. Si tratta di un rischio immediato, con ricadute sui prezzi, sulle assicurazioni marittime e sulle catene di approvvigionamento.
Parigi e Londra ritirano il personale dalle ambasciate
In questo contesto, la dimensione diplomatica offre un ulteriore segnale di deterioramento. Dopo la Gran Bretagna, anche la Francia avrebbe ritirato il proprio personale dalla sua ambasciata a Teheran, secondo l’agenzia Fars. Londra ha parlato di “misura precauzionale”, Parigi di “preoccupazioni legate alle recenti tensioni”. Intanto, gli Stati Uniti hanno bombardato la Repubblica islamica per la dodicesima notte consecutiva. Quando le sedi diplomatiche occidentali iniziano a svuotarsi, significa che la soglia di rischio è stata oltrepassata. La situazione non è più contenibile con gli strumenti ordinari.
Il quadro complessivo mostra una dinamica nitida. Mentre Trump continua ad “abbaiare”, l’Iran agisce con una tattica multilivello che combina pressione militare, sabotaggio economico, uso dei proxy e gestione della comunicazione. La Casa Bianca, al contrario, appare intrappolata in una narrazione che non incide sugli equilibri reali. Il risultato è un Medio Oriente che scivola verso una fase di instabilità strutturale, con implicazioni che vanno ben oltre la dimensione regionale.