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Esteri

Iran-Usa: diplomazie allo stremo, arsenali svuotati e accuse incrociate

La Cina smentisce di aver inviato 400 sistemi di difesa aerea a Teheran

di Ernesto Ferrante -


Il Pakistan sta “facendo il massimo” per riportare Stati Uniti e Iran al tavolo dei negoziati. È una frase che suona quasi disperata quella pronunciata dal portavoce del ministero degli Esteri Tahir Andrabi mentre la regione precipita in una spirale di attacchi, rappresaglie e tensioni che travalicano i confini mediorientali. La diplomazia corre, ma la guerra procede più veloce.

Gli attacchi statunitensi e il problema delle scorte

Nelle ultime 48 ore gli Stati Uniti hanno colpito “decine di obiettivi” dei Guardiani della Rivoluzione iraniana, dai centri di comando alle strutture per missili e droni, fino alle capacità marittime. Il Centcom ha parlato di un’operazione necessaria per “ridurre ulteriormente le minacce” contro le forze americane e il traffico commerciale nel Golfo, dopo il lancio di molteplici missili balistici iraniani intercettati il 28 luglio. Oltre 50mila militari statunitensi restano schierati nell’area, in stato di massima allerta.

Ma dietro la retorica della potenza operativa si nasconde il problema che la Casa Bianca tenta di minimizzare dell’esaurimento delle scorte. Secondo un’analisi del Center for Strategic and International Studies (CSIS), gli Usa avrebbero già bruciato quasi un terzo dei missili Patriot e circa metà degli intercettori THAAD disponibili prima dell’inizio delle ostilità del 28 febbraio. Dai 2.330 Patriot iniziali, Washington sarebbe scesa a una forchetta tra 759 e 827 unità. I THAAD, da 452, sarebbero adesso tra i 234 e 278. Numeri che, se confermati, mostrano una vulnerabilità che l’amministrazione preferirebbe non esibire mentre affronta un conflitto a intensità crescente. Il CSIS ha avvertito che una recrudescenza della guerra “metterebbe a dura prova le riserve ridotte”, costringendo gli alleati a “rischi maggiori” nella difesa aerea.

Le repliche iraniane

Intanto l’Iran continua a rispondere colpo su colpo. I Pasdaran hanno annunciato la morte di tre loro soldati in un raid statunitense nella provincia di Zanjan. E hanno rivendicato un attacco alla base americana di al-Azraq, in Giordania, sostenendo di aver “completamente distrutto” tre F-35 e danneggiato gravemente altri tre. Un’azione che alimenta la narrativa della “lotta fino all’espulsione dell’ultimo occupante americano dalle terre islamiche”. Un secondo raid è stato rivendicato contro la base di al-Salem in Kuwait, con la distruzione di due hangar per droni e una cisterna di carburante. Il ministero della Difesa kuwaitiano ha denunciato anche un’incursione iraniana contro un’azienda cinese nel nord del Paese, con un dipendente ucciso.

L’Iraq si difende

Il fronte iracheno aggiunge ulteriore complessità. Baghdad ha negato che gli attacchi dei Pasdaran siano partiti dal proprio territorio e ribadito che “non tollererà alcuna azione individuale dall’interno”. Una precisazione necessaria dopo che le Forze di Mobilitazione Popolare, milizia filoiraniana inquadrata nell’esercito, sono state colpite da una rappresaglia congiunta di Stati Uniti e Arabia Saudita che ha provocato decine di morti. Il governo iracheno tenta di mostrarsi arbitro e non parte del conflitto, ma il suo equilibrio è sempre più fragile.

Tensione tra Teheran e Sofia

La crisi si sta allargando anche all’Europa. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha protestato con la collega bulgara Velislava Petrova per l’autorizzazione concessa agli Stati Uniti a utilizzare la base di Bezmer, dove sono stati schierati otto KC-135 e 250 militari. Una decisione definita “ripugnante e inaccettabile”, che per Teheran tradisce le “tradizionali relazioni amichevoli” con Sofia. La Repubblica islamica ha fatto sapere che difenderà “senza esitazione” i propri interessi nazionali.

Pechino respinge le accuse

Sul versante asiatico, la Cina è intervenuta per smentire categoricamente le notizie sulla presunta fornitura di 400 sistemi di difesa aerea all’Iran. “False e prive di fondamento”, ha dichiarato la portavoce Mao Ning, ribadendo il ruolo di Pechino come attore “contributivo alla pace”. Una presa di posizione che mira a contenere la pressione internazionale e a evitare che la crisi mediorientale si intrecci ulteriormente con le rivalità globali.

In mezzo a questo mosaico di attacchi, smentite, accuse e diplomazie affannate, il Pakistan continua a ripetere che “dialogo e diplomazia rimangono l’unica via percorribile”. È un messaggio che suona sempre più come un appello nel vuoto. Perché la verità è che, mentre Islamabad tenta di riaprire un canale tra Washington e Teheran, la realtà sul terreno racconta un’altra storia, quella di un conflitto che si espande, di arsenali che si consumano e alleanze che si incrinano.


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