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Esteri

Israele vuole altre armi dagli Usa per continuare le sue guerre. Gaza non riparte

L'entità dei danni nell'enclave è tale da impedire ai bambini e alle loro famiglie di ritrovare anche un minimo di di normalità

di Ernesto Ferrante -


Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu starebbe cercando di raggiungere un accordo ventennale di aiuti militari con gli Stati Uniti. Le dichiarazioni rese alla televisione australiana sul rafforzamento della propria industria della difesa e la riduzione della dipendenza dagli aiuti esteri rientrerebbero in una strategia diplomatica per “tutelare” Donald Trump, alle prese con delle resistenze interne.

I numeri degli accordi tra Israele e gli Usa

Il nuovo patto da quattro miliardi di dollari l’anno non è semplice da approvare, secondo la testata Axios. A rendere incerto l’esito sono l’opposizione Maga agli aiuti esteri e le preoccupazioni dell’amministrazione statunitense sulla condotta dello Stato ebraico a Gaza.

L’attuale Memorandum d’intesa decennale, firmato nel 2016 dall’Amministrazione del presidente Usa Barack Obama, scadrà nel 2028. Tel Aviv ha già stipulato con Washington tre accordi quadro decennali per l’assistenza alla sicurezza a lungo termine: nel 1998 (21,3 miliardi di dollari), nel 2008 (32 miliardi di dollari) e nel 2016 (38 miliardi di dollari). Nel 2024, il Congresso e l’amministrazione di Joe Biden, “dem” come Obama, hanno approvato un pacchetto multimiliardario di emergenza per Israele, in aggiunta a quello già previsto. Forniture di guerra usate per devastare la Striscia di Gaza che sfuggono volutamente alle “strabiche” sinistre internazionali.

Il nuovo approccio per superare le resistenze interne ed esterne

Per superare gli ostacoli si sta pensando di destinare parte del denaro alla ricerca e allo sviluppo congiunti tra Stati Uniti e Israele, anziché agli aiuti militari diretti. “Si tratta di un modo di pensare fuori dagli schemi. Vogliamo cambiare il modo in cui abbiamo gestito gli accordi passati e porre maggiore enfasi sulla cooperazione tra Stati Uniti e Israele. Agli americani piace questa idea”, ha affermato un funzionario israeliano.

Gaza è piena di macerie

A Gaza la situazione è molto difficile. A distanza di un mese dalla cessazione concordata delle ostilità, le persone sono materialmente impossibilitate a iniziare le riparazioni delle case perché non hanno i mezzi e le attrezzature per farlo. Altre hanno paura degli ordigni inesplosi o di ulteriori attacchi aerei israeliani. Gli sforzi delle Nazioni Unite e delle organizzazioni umanitarie autorizzate non bastano, perché la quantità di aiuti fatti passare dai militari israeliani non è sufficiente a soddisfare i bisogni di bambini e famiglie che stanno affrontando il loro terzo inverno dall’inizio della guerra. Save the Children non riesce a far passare i propri rifornimenti nella Striscia da marzo.

I dati satellitari delle Nazioni Unite hanno mostrato che 198.273 edifici, circa l’81%, sono stati danneggiati e diverse strade principali sono state bloccate dalle macerie. L’entità dei danni è tale da impedire ai bambini e alle loro famiglie di ritrovare anche un minimo di di normalità. L’Onu ha affermato che la guerra ha portato Gaza ad avere il più alto numero di bambini amputati pro capite al mondo, con un quarto di tutte le lesioni permanenti che richiedono riabilitazione.

Le condizioni di vita sono difficili

“Siamo sospesi tra la vita e la morte. Continuiamo a sentire di persone che vengono ancora uccise o ferite, la guerra potrebbe riprendere in qualsiasi momento, così come gli attacchi. Questo è uno dei motivi per cui le persone non tornano al Nord: non si può tornare finché non vedremo che la situazione migliora. I confini sono ancora chiusi, quindi siamo sotto assedio, intrappolati e bloccati. Macchinari, attrezzature e materiali non entrano ancora a Gaza” ha denunciato Shurouq, responsabile del settore multimediale di Save the Children nella Striscia.

Un piano b per la Striscia di Gaza

Il consigliere della Casa Bianca per il Medio Oriente Jared Kushner e l’Idf stanno lavorando a una proposta alternativa per Gaza nel caso in cui il piano in 20 punti di Donald Trump dovesse bloccarsi. Per il quotidiano israeliano Israel Hayom, Kushner avrebbe riferito a una fonte israeliana che sta mettendo a punto “un piano B”, sottolineando la complessità del disarmo di Hamas e della ricerca di Paesi disposti a inviare truppe per la forza internazionale di stabilizzazione.

Ancora violenze dei coloni in Cisgiordania

Coloni israeliani hanno appiccato il fuoco a una moschea situata tra le città di Deir Istiya e Kafr Haris, in Cisgiordania. L’agenzia di stampa palestinese Wafa ha precisato che ad essere incendiata è stata la moschea di Al Hajja Hamida. I violenti hanno lanciato materiali infiammabili contro l’ingresso del luogo sacro, situato nel governatorato di Salfit, e imbrattato i muri con messaggi razzisti e di odio per la popolazione palestinese.

Attivisti pro-Pal, dopo aver scalato la Porta di Brandeburgo a Berlino, hanno esposto uno striscione con la scritta: “Mai più genocidio, libertà per la Palestina”. La polizia tedesca li ha arrestati.


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