Guerra: perché l’Italia che non scende in campo
Un Paese imperfetto, litigioso, ma ancora capace di scegliere il margine invece del fuoco
Davanti al conflitto Iran–USA l’Italia resta sul bordo del campo, come se la partita fosse già stata apparecchiata da altri. Non è neutralità, non è timore: è una sospensione che irrita chi vorrebbe un gesto netto. Un Paese che ha smarrito il linguaggio della guerra finisce per non riconoscere più nemmeno il momento in cui dovrebbe parlare. E così rimane lì, in quella zona intermedia che non rassicura e non compiace.
Un rumore lontano
La mancanza di memoria bellica produce un effetto strano: la guerra diventa un concetto teorico, un rumore lontano che non trova più spazio nella nostra grammatica politica. Non è saggezza, non è ingenuità: è un vuoto che si è trasformato in postura. L’Italia non prende posizione perché non ha più un archivio emotivo da cui estrarre una reazione, dato che gli italiani che hanno vissuto la guerra, sono tutti morti. Quando la memoria si assottiglia, l’indecisione diventa quasi un riflesso automatico.
Quel meraviglioso disordine
Destra, sinistra, centro, coalizioni improvvisate: li abbiamo criticati tutti, spesso con ottime ragioni. Eppure, nel loro disordine, hanno mantenuto una linea che oggi sembra quasi un’anomalia occidentale: non ci hanno trascinato in nessun conflitto. Nessuno ha ceduto alla tentazione del protagonismo armato. Forse per caso, forse per prudenza, forse per quella nostra cronica difficoltà a decidere. Ma resta il fatto: l’Italia non combatte.
Italia in guerra: la forza non dichiarata
Forse questa esitazione, così poco epica, è il sintomo di una democrazia che non si lascia sedurre dal fuoco. Una democrazia imperfetta, litigiosa, stanca, ma ancora capace di dire no senza proclami, senza bisogno di mettersi in posa. Un orgoglio muto, quasi involontario, che vale più di mille dichiarazioni di forza.
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