Economia

Viaggio nell’Italia che lavora (più di tutti nella Ue)

di Giovanni Vasso -


Alla faccia dei luoghi comuni: l’Italia lavora, altroché. In Europa, i lavoratori più instancabili sono gli italiani. Prendete e portate a casa. Altro che cicale, altro che mediterranei sfaccendati che campano di sole, pizza e sussidi europei. L’Eurostat certifica che nel nostro Paese si lavora più che altrove. E, se da un lato ciò ci può far gonfiare il petto d’orgoglio per replicare ai soliti e odiosi cliché che ci piovono in testa dal Nord Europa protestante e frignone, dall’altro deve farci preoccupare. Già, perché oltre a faticare più degli altri, lo facciamo in condizioni peggiori. Specialmente se ci è capitato in sorte di vivere e lavorare nel Mezzogiorno.

Due studi, due report, fanno a pezzi una “narrazione” sballata ma confermano quello che ormai è un leit motiv invincibile da più di un secolo a questa parte. L’Italia lavora ma al Sud le condizioni per farlo sono peggiori che al Nord. È il solito, anzi l’ennesimo, divario. Ma partiamo dal principio. Con l’Eurostat che ha diffuso uno studio secondo cui almeno un lavoratore italiano su dieci ha lavorato 49 ore a settimana, in pratica un giorno in più rispetto all’orario settimanale standard in area Ue. La percentuale di ore lavorate in più rispetto alla media europea è del 7,1%. Tutto questo, chiaramente, con le retribuzioni tra le più basse del Vecchio Continente. Com’era quella vecchia storiella? Lavoreremo un giorno in meno per guadagnare come se avessimo lavorato un giorno in più. Non diteglielo a Romano Prodi, per carità, che la sua profezia si è avverata. Ma al contrario: lavoriamo un giorno in più degli altri europei per guadagnare molto meno di loro. E con l’eterno ricatto della delocalizzazione, delle fabbriche da chiudere e spostare altrove se non arrivano sussidi. Ogni riferimento a Stellantis, a Mirafiori e Pomigliano, non è del tutto casuale.

C’è poi la seconda, e non meno importante, notizia. Che arriva dalla Cgia di Mestre. Secondo cui l’Italia è un Paese diviso (anche) in materia di condizioni di lavoro. Nel senso che i parametri dai quali si misura il benessere aziendale schizzano verso l’alto nella “solita” Lombardia, a Bolzano e nel Nord Est, con il Veneto sugli scudi. Precipita, invece, se si scende geograficamente a sud del fiume Garigliano. Se non fosse per la Sardegna, tutte le Regioni meridionali sarebbero malinconicamente in coda in graduatoria. Peggio di tutte, però, fanno Sicilia, Calabria e Basilicata. I parametri presi in considerazione non sono poi chissà che. Nessuno chiede welfare scandinavo alle nostre imprese. Si tratta di aver preso in considerazione il livello di retribuzione, la trasformazione dei contratti a termine a tempo indeterminato, la possibilità di consentire ai dipendenti orari di lavoro più flessibili, attraverso il ricorso a strumentazioni professionali più innovativi, favorendo gli avanzamenti di carriera e, infine, con l`implementazione di benefit e di welfare aziendale. Quando tutto questo manca, o più prosaicamente quando il dipendente trova di meglio, ecco che sceglie di scappare dal suo posto di lavoro. Lasciando in braghe di tela l’imprenditore Arpagone che risparmia su tutto e poi si ritrova a singhiozzare sui giovani scansafatiche. Più realisticamente, accade che del posto fisso, purché sia, non interessa nulla a nessuno. I lavoratori, e quelli italiani più degli altri come ha svelato Eurostat, non hanno paura della fatica, degli impegni e delle responsabilità. Chiedono, però, di poter anche avere una vita, una paga decente. E, se si sentono limitati e oppressi, o comunque non soddisfatti, si rimettono sul mercato e cercano impiego altrove. Solo nel 2022, ci sono state più di un milione di dimissioni volontarie dal lavoro secondo i dati Inps. Non è un record, è la fotografia della great resignation. Dopo anni di precariato subito dai dipendenti, ora sono i datori di lavoro a diventare più precari. Col rischio di ritrovarsi senza addetti, senza lavoratori e quindi con il pericolo di dover limitare, e di molto, il proprio business e la propria produzione. È giunto, in pratica, il momento di mettere mano alla tasca. Soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia.


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