L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Torino

Tosca nel museo della romanità

di Redazione -


Quando Tosca debuttò al Teatro Costanzi di Roma nel gennaio del 1900, Puccini offrì al pubblico qualcosa di radicalmente nuovo: un melodramma che procedeva con la rapidità di un thriller, concentrando in poche ore amore, gelosia, potere e morte. È forse proprio questa essenzialità a renderla ancora oggi una delle opere più moderne del repertorio. Stefano Poda, chiamato a firmare la nuova produzione del Teatro Regio di Torino in coproduzione con l’Abay Kazakh National Opera, sceglie però di allontanarsi da quella dimensione quasi cinematografica per costruire una grandiosa riflessione visiva sulla romanità, sulla memoria e sul potere delle immagini.

Il risultato è uno spettacolo che porta impresso il marchio inconfondibile del regista trentino, qui autore anche di scene, costumi, coreografie e luci. Chi conosce il suo teatro ritrova immediatamente il gusto per il simbolo, per l’accumulo figurativo e per una dimensione estetica che tende a trasformare l’opera in una grande installazione contemporanea.

La chiesa di Sant’Andrea della Valle diventa un ambiente monumentale dominato da superfici nere specchianti e da una serie di teche che costituiscono l’elemento scenografico fondamentale dell’intera produzione. All’interno compaiono statue mariane, reperti archeologici, capolavori della classicità, immagini della Roma religiosa e imperiale. Il Laocoonte, Apollo e Dafne, il Cupolone convivono con Madonne riccamente vestite e reliquie simboliche in una sorta di museo immaginario della civiltà occidentale. A poco a poco si scopre che quelle presenze non sono neppure reali, ma ologrammi: fantasmi della memoria più che oggetti concreti.

L’impatto visivo è notevole e in alcuni momenti autenticamente spettacolare. Talvolta, però, il simbolo rischia di diventare didascalia. Quando la Vittoria di Samotracia appare durante il celebre «Vittoria! Vittoria!» di Cavaradossi o quando le campane dell’alba romana vengono accompagnate da immagini che illustrano ciò che già si ascolta in orchestra, la regia sembra spiegare allo spettatore ciò che Puccini aveva già raccontato perfettamente con la musica.

Il vero tratto distintivo dello spettacolo è però l’horror vacui. Dove Puccini immagina una tragedia dominata da tre soli  personaggi, Poda moltiplica presenze, simboli e figure. Guardie, religiosi, prelati, bambini in costume, danzatori e una moltitudine di enigmatiche figure femminili invadono il palcoscenico. Il culmine arriva nel finale del primo atto, quando il Te Deum si trasforma in una gigantesca visione rituale popolata da papi racchiusi nelle loro teche come reliquie di un immenso museo pontificio.

È un’immagine di straordinaria forza iconica, probabilmente destinata a rimanere impressa nella memoria del pubblico. Ma è anche il punto in cui emerge il principale limite della produzione. Tosca vive infatti di primi piani emotivi. La scrittura di Puccini richiede volti, sguardi, dettagli psicologici. Poda lavora invece quasi sempre in campo lungo. I personaggi finiscono spesso per apparire lontani, schiacciati dalla monumentalità dell’impianto visivo e dispersi all’interno di un continuo movimento scenico.

L’emozione fatica così a emergere. Non è un caso che uno dei momenti più riusciti della serata coincida con Vissi d’arte, quando il palcoscenico finalmente si svuota e Tosca rimane sola con il proprio dolore. In quel momento la musica torna a occupare il centro della scena e il pubblico risponde immediatamente.

A rendere memorabile la serata contribuisce soprattutto Chiara Isotton, oggi una delle interpreti di riferimento del ruolo. Il soprano bellunese affronta Tosca con mezzi vocali importanti, un timbro scuro e vellutato e una tecnica che le consente di affrontare con sicurezza sia gli slanci drammatici sia i momenti più lirici della partitura. La sua interpretazione evita gli stereotipi della primadonna melodrammatica e costruisce invece un personaggio giovane, passionale e profondamente umano. È una Tosca che convince più per autenticità che per atteggiamento divistico e che conquista il pubblico grazie a un fraseggio curato e a una costante intensità espressiva.

Accanto a lei Martin Muehle offre un Cavaradossi generoso e vocalmente robusto. Il tenore brasiliano punta soprattutto sull’energia e sull’impatto sonoro. La voce è ampia, il colore eroico e l’emissione sempre franca. Se il fraseggio non raggiunge la raffinatezza dei grandi interpreti più analitici del ruolo, la presenza teatrale e la generosità vocale gli consentono di costruire un protagonista credibile.

Di grande interesse anche lo Scarpia di Roberto Frontali. Lontano dalle interpretazioni più brutalmente veriste, il baritono costruisce un personaggio dominato dal controllo e dall’intelligenza teatrale. La lunga esperienza maturata nel repertorio verdiano emerge nella nobiltà della linea di canto e nella capacità di suggerire la violenza attraverso l’autorevolezza piuttosto che attraverso l’enfasi. Il suo è uno Scarpia aristocratico e inquietante, capace di esercitare il potere con apparente naturalezza e proprio per questo particolarmente efficace.

Ottimo il contributo dei comprimari, dal Sagrestano di Matteo Torcaso allo Spoletta di Cristiano Olivieri, dal Cesare Angelotti di Igor Durlovski allo Sciarrone di Eduardo Martínez, dal Carceriere di Lorenzo Battagion alla voce bianca di Jacopo Gallo come Pastorello. Breve ma di grande effetto l’intervento del coro del teatro diretto da Gea Garatti Ansini e quello di voci bianche istruito da Claudio Fenoglio.

Sul podio Andrea Battistoni conferma la sua familiarità con questo repertorio. La sua direzione è vigorosa, teatrale e ricca di tensione narrativa. L’orchestra del Regio risponde con precisione e qualità timbrica, valorizzando la straordinaria tavolozza orchestrale di Puccini senza mai perdere il senso del racconto.

Alla fine restano negli occhi immagini potentissime e spesso affascinanti. Resta l’ammirazione per una macchina teatrale costruita con impressionante perizia tecnica. Resta però anche la sensazione che, nel trasformare Tosca in una grande allegoria della Roma eterna, qualcosa della sua immediata forza emotiva si sia perduto. Il museo immaginato da Poda è magnifico. Ma Puccini continua a parlare soprattutto quando le teche si svuotano e rimangono soltanto gli esseri umani.

ilTorinese.it Renato Verga


Torna alle notizie in home