Economia

Lavorare tutti, lavorare meno

di Giovanni Vasso -

In una foto del 12 dicembre 2012, operai al lavoro nella catena di montaggio della Fiat Panda nello stabilimento di Pomigliano d'Arco a Napoli. Ai 2.146 dipendenti e' stato comunicato che, come regalo di Natale, per i risultati ed i riconoscimenti internazionali ottenuti, la newco Fabbrica Italia gli aggiungera' 500 euro alla busta paga. ANSA / CIRO FUSCO


Lavorare tutti, lavorare meno: più che un vecchio slogan comunista, la direzione in cui sta andando il mercato del lavoro in Italia. Ci voleva la fine del comunismo per “convincere” i lavoratori di tutto il mondo, non a unirsi come voleva Marx, ma a non dedicare la propria esistenza solo ed esclusivamente all’impiego. Di rimando, se i lavoratori sono sempre più mobili e interessati a trovare posti in cui possano godere di maggior tempo libero e condizioni di impiego migliori, le aziende restano ancorate a modelli ormai superati che i dipendenti criticano, fortemente, e lo fanno coi fatti: dimettendosi in massa. E non perché non vogliano far nulla ma perché, intanto, hanno già trovato qualcosa di meglio. Ecco, in poche righe, il succo del settimo Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale. I numeri confermano quali siano i nuovi trend in fatto di lavoro. Vent’anni e più di precariato hanno finalmente convinto i lavoratori a prendere la vita con più leggerezza. Per il 67,7 per cento degli occupati, infatti, sarebbe un’ottima cosa se i datori di lavoro si convincessero a ridurre gli orari. Non è solo un “problema” da giovani sfaticati: lavorare meno, infatti, è il sogno di poco meno del 70% degli over 50 e del 67% degli adulti. Cresce, inoltre, il numero di chi non è disposto a fare un grammo di fatica in più di ciò che gli deriva dal contratto. Il 30,5% dei lavoratori italiani, infatti, ha iniziato a rifiutare di fare straordinari o di essere sempre reperibile per mail e telefonate fuori dall’orario di lavoro. A tutta prima, parrebbe la rivincita dei lazzaroni. In realtà, i dipendenti hanno solo messo in ordine le priorità. E non sono disposti a negarsi nulla, a sacrificare niente della loro vita privata davanti ad imprese e “capi” che si dimostrano insensibili al benessere psicofisico dei loro sottoposti. Il 61,7% dei lavoratori italiani, in primis impiegati e operai, è deluso e critica il proprio datore di lavoro perché non curano né creano condizioni e ambienti di lavoro davvero sani e stimolanti. Insomma, adesso i datori di lavoro sperimentano su loro stessi gli effetti del precariato. Difatti, sottolineano gli analisti Censis-Eudaimon, è boom di dimissioni. Che non tradirebbero la voglia di non far nulla, come si potrebbe pensare indulgendo ai soliti e intollerabili luoghi comuni da bar o da mercato, ma che dimostrerebbero come gli italiani abbiano imparato la lezione del tempo determinato e dell’intermittenza applicandola ai loro stessi datori di lavoro. In pratica, ci si dimette perché si è trovato di meglio. Si sfrutta il precariato, in un certo senso. Ritorcendolo al mondo delle imprese. Nell’ultimo anno, infatti, il tasso di ricollocazione a tre mesi dei dimessi volontari è stato del 67% superiore rispetto agli anni passati. Altro che bamboccioni. Altro che gente che non ha voglia di lavorare. La campana, adesso, suona per le imprese: la gente non è più disposta a tutto pur di lavorare. E appena può, se non si sente valorizzata né soddisfatta, scappa via. Il mercato del lavoro si fa dinamico anche da parte dei lavoratori. La mentalità dei dipendenti, specialmente quelli più specializzati, è cambiata. E non basta la retorica del posto fisso a trattenerli. Il mercato del lavoro è cambiato e non tornerà più quello degli ultimi vent’anni. Né nel privato né tantomeno nel pubblico. Perché, andando avanti, occorrerà personale sempre più qualificato e formato e sarà difficile pretendere di poter assumere ingegneri, informatici, sistemisti e altre figure professionali con lo stage retribuito e il miraggio di un posto domani. I Comuni italiani l’hanno imparato a loro spese durante la prima, disastrosa, fase del Pnrr. Più si va avanti, più il trend sarà questo. È da tempo, infatti, che si parla di great resignation, della tendenza, cioè, a dimettersi dal lavoro se questo non soddisfa. Finora è stata individuata ed esorcizzata come antipatica tendenza giovanile, i dati Censis-Eudaimon sfatano l’ennesimo luogo comune. Le aziende dovranno cambiare e molto nell’approccio alle assunzioni. Prediligendo formazione e creando ambienti stimolanti. Per trattenere i dipendenti che, oggi, non si fanno più scrupoli a lasciare il lavoro per cercare altrove sistemazioni migliori. Per lavorare meno, certo. Ma per farlo meglio.


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