La Cina disinveste dai treasury americana, che succede?
La mossa di Pechino e la strategia di dedollarizzazione
La Cina avrebbe iniziato a disinvestire, o quantomeno ad alleggerire il suo impegno, nei treasury Usa. Le banche di Pechino, proprio mentre il mondo si rivolge con rinnovato interesse ai titoli americani, avrebbero iniziato una manovra finalizzata a ridurre l’esposizione nei confronti di Washington. Per la Casa Bianca è un problema. Ma fino a un certo punto, perché dall’estero gli investimenti nei titoli Usa continuano a fioccare e, anzi, avrebbero fatto segnare un certo aumento nel corso degli ultimi tempi.
La Cina non vuole più i treasury americani?
L’esposizione americana in mani cinesi è scesa di oltre un miliardo di dollari. Stando ai numeri del Dipartimento del Tesoro Usa, le banche di Pechino a febbraio avevano in pancia titoli per 693,3 miliardi di dollari a fronte dei 694,4 miliardi di gennaio. Una perdita secca da oltre un miliardo. Che, nel novero totale dei conti, non sembra pesare granché dal momento che, secondo gli stessi dati, gli investitori stranieri hanno complessivamente 9.490 miliardi di dollari, numero in crescita per quasi 200 miliardi a fronte del mese precedente. La Cina, però, non ha mai avuto così pochi treasury dal 2008 a questa parte. Perché?
L’ombra della dedollarizzazione?
La spiegazione più immediata, e facile, sarebbe quella dell’ennesimo tentativo cinese per indebolire il dollaro e rafforzare lo yuan. L’obiettivo della dedollarizzazione, e il sogno di fare dello yuan la valuta internazionale di riserva del globo, è qualcosa di vero e concreto, molto più delle smentite di prammatica che arrivano ciclicamente dal Dragone. Fatto sta che la Cina non è più il primo detentore di treasury Usa da tempo. Oggi è solo terza, dietro Regno Unito e Giappone. Pechino prosegue una strategia di disimpegno che è iniziata all’epoca del primo mandato di Donald Trump.
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