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Economia

L’Italia “di corsa”: ecco tutti i ritardi del Pnrr

il verde piantato e "dimenticato", la "cura del ferro" che costa milioni, gli invasi idrici pieni di fanghi, l'affanno per abbattere e ricostruire le scuole

di Angelo Vitale -


Il nostro Paese sta vivendo una fase di trasformazione accelerata, una Italia di “corsa” dettata dai cronoprogrammi del Pnrr.

La corsa a ostacoli del Pnrr

Il proposito è a tutti noto: cambiare il volto delle città, delle infrastrutture, della mobilità e delle scuole. Dietro i nastri tagliati e i cantieri aperti, tuttavia, da mesi c’è un affanno strutturale. Se il Piano finanzia la “costruzione”, il sistema Paese fatica a programmare la “gestione”.

Dalla forestazione urbana alla cura del ferro, passando per l’emergenza idrica e l’edilizia scolastica, ecco lo stato dell’arte di un’Italia che prova a superare i propri limiti storici.

Le piante “dimenticate”

La Missione 2 ha immesso linfa vitale nelle 14 città metropolitane, con l’obiettivo di mettere a dimora 6,6 milioni di alberi entro l’estate del 2026. I dati Istat confermano un incremento della superficie boschiva urbana del 5% nell’ultimo triennio. Tuttavia, i numeri della gestione raccontano una storia diversa.

Secondo le stime di Assoverde, il costo di manutenzione ordinaria (irrigazione, potatura, monitoraggio) per ogni nuovo ettaro di bosco urbano si aggira tra i 5mila e gli 8mila euro annui.

I Comuni, stretti tra i vincoli di bilancio e il divieto di usare i fondi del Piano per la spesa corrente, sono al collasso. Il risultato: un tasso di mortalità delle giovani piante che in alcune aree del Sud raggiunge il 30%. La “corsa” a piantare rischia di trasformarsi in un onere insostenibile. Un credito d’imposta (un “Art Bonus” ambientale) permetterebbe ai privati di farsi carico della manutenzione che gli enti locali non possono più garantire. Ma ce ne sarebbero, disponibili?

Invasi idrici, decenni di immobilismo

Sul fronte idrico, l’Italia sconta decenni di immobilismo. Nonostante la piovosità variabile, la nostra capacità di invaso è ferma a causa dell’interramento. Nei dati, il 40% del volume teorico delle dighe italiane è occupato da sedimenti mai rimossi.

In vista di un’estate che si preannuncia siccitosa, il recupero di circa 1 miliardo di metri cubi d’acqua attraverso la pulizia degli invasi esistenti rappresenta una priorità di sicurezza nazionale.

Il freno, però, è normativo. Ad oggi, i fanghi estratti sono classificati come “rifiuti speciali”, rendendo i costi di smaltimento proibitivi (fino a 100 euro per tonnellata). Così, il governo prepara una manovra d’urgenza per declassificare i sedimenti dei fondali a “sottoprodotti”, permettendone il riutilizzo in agricoltura o per il ripascimento costiero.

La “cura del ferro” che costa milioni

Il rilancio del trasporto pubblico locale vede tre casi simbolo in cima alle cronache. A Bologna, il cantiere della tramvia Linea Rossa impegna oltre 500 milioni di euro per 16,5 km di linea. A Firenze, il sistema tramviario ha ormai superato i 40 milioni di passeggeri annui, dimostrando che l’alternativa all’auto è possibile.

A Roma, la Termini-Vaticano-Aurelio – finora un progetto e basta -, la sfida più complessa per ricucire il centro alle periferie. Ma se il Pnrr finanzia i binari e i convogli, la gestione quotidiana è alle stelle.

Il costo di esercizio di un chilometro di tramvia oscilla tra 1,5 e 2 milioni di euro annui. Con l’inflazione energetica e la cronica carenza di personale (si stimano circa 15mila autisti e macchinisti mancanti a livello nazionale), le aziende di trasporto locale avvertono che molte delle nuove linee rischiano di nascere già con frequenze ridotte.

Nuove scuole, l’affanno per costruirle

L’ultimo miglio della corsa italiana riguarda le scuole. Con un’anagrafe edilizia che vede il 45% degli edifici con oltre 50 anni di vita, lo Stato ha abbandonato la politica dei “piccoli restauri” per quella della sostituzione edilizia. Via alla demolizione e alla ricostruzione di circa 212 complessi scolastici con un investimento di 1,2 miliardi di euro.

L’obiettivo connesso, edifici che consumano quasi zero energia. I dati del ministero indicano che oltre 10mila plessi sono attualmente interessati da interventi di varia natura, ma la sfida è proprio la velocità: entro giugno 2026 i collaudi dovranno essere terminati. La “sostituzione” è l’unico modo per affrontare la vetusta storica di un patrimonio che, in termini di sicurezza sismica ed efficienza termica, non era più compatibile con gli standard europei.

E dopo i tagli dei nastri?

Per chiudere, il Paese che ha finalmente trovato la forza (e le risorse) per progettare, deve ancora imparare a mantenere. Il Pnrr, la scintilla per affrontare nodi irrisolti da trent’anni. La vera vittoria non sarà misurata dai nastri tagliati entro la scadenza europea. Queste opere andranno integrate nei bilanci ordinari e nella vita quotidiana dei cittadini. Solo così una corsa affannosa diventerà una maratona di sviluppo e duraturo.


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