L’Italia tra paternalismo e paura della libertà. Liberale è predicare inutilmente
Di Giuseppe Benedetto (Prefazione di Carlo Cottarelli) | Rubbettino Editore
Dire la verità, in un Paese assuefatto alla narrazione rassicurante del declino come propria coperta di Linus, è diventato l’atto più sfacciatamente rivoluzionario possibile.
Giuseppe Benedetto, avvocato penalista che non ha mai barattato la sciabola con il fioretto, e Presidente della Fondazione Luigi Einaudi, non ha scritto un semplice saggio; ha redatto un’analisi ontologica dell’asfissia italiana. Il titolo, Liberale è predicare inutilmente, non è la resa di un testimone stanco, ma il grido di chi constata l’impermeabilità di un sistema che ha sostituito il rischio della libertà con la rassicurazione del sussidio.
Accanto a lui, a certificare il “referto medico” di una nazione in arresto respiratorio, c’è Carlo Cottarelli, l’uomo che dai palazzi del Fondo Monetario Internazionale ha visto i conti di mezzo mondo e che qui mette il timbro della realtà su un’Italia che gioca a dadi con il proprio futuro.
La diagnosi è spietata. I numeri, per chi ha il coraggio di leggerli fuori dai talk show, sono pietre: nel primo ventennio del secolo, l’Italia si è piazzata al 170° posto su 182 Paesi per crescita. Una debacle che Benedetto trasforma in una requisitoria politica totale.
La tesi smonta il miraggio del rimbalzo post-pandemico: quella crescita non è stata gloria, ma l’effetto collaterale di una BCE trasformatasi nel “Bancomat del governo italiano”. Esaurita la droga monetaria, l’Italia è tornata al suo “zero virgola”, una stagnazione che la classe dirigente ha ormai istituzionalizzato per non dover mai affrontare il trauma di riforme profonde. Siamo il Paese che preferisce gestire la propria irrilevanza piuttosto che sfidare i propri tabù.
Ma è nel corpo del saggio che Giuseppe Benedetto affonda il colpo dove fa più male, colpendo l’Idra Burocratica, quel mostro da 57 miliardi l’anno che non si limita a rallentare, ma “chiama corruzione” per autoalimentarsi. Con una lucidità che sa di eresia, l’autore individua il “peccato originale” nelle Regioni. Recuperando il monito profetico di Giovanni Malagodi del 1970, Benedetto descrive il fallimento totale di un regionalismo che ha frammentato l’unità dei diritti.
Le pagine sulla sanità sono un atto d’accusa che tocca le corde della dignità umana: documentano un sistema in burnout, dove medici pagati mediamente 2.500 euro lordi – una cifra offensiva per la responsabilità che portano – fuggono verso il privato o l’estero. Qui, l’uguaglianza formale della Costituzione si dissolve in una “graduatoria di opportunità” dettata dal CAP di residenza. È il fallimento delle Regioni trasformatesi da enti di prossimità a voraci centri di spesa e inefficienza clientelare, con la “sciagurata complicità” — scrive Benedetto — di una Corte Costituzionale che ha avallato questo scempio.
Il libro è anche una requisitoria contro la “politica delle mance”. Il Superbonus 110% è il simbolo plastico di una distorsione fiscale senza precedenti: 219 miliardi di euro bruciati per sussidiare il patrimonio immobiliare privato a scapito dell’investimento infrastrutturale. Il confronto con la Spagna è impietoso: mentre Madrid corre attirando talenti e dimezzando i costi energetici, l’Italia affoga nei bonus e in una giustizia civile che impiega otto anni per un verdetto, allontanando ogni residua velleità di investimento estero.
Benedetto eleva poi il tono citando Isaiah Berlin: la società italiana soffre di una profonda “paura della libertà” perché la libertà è, per sua natura, incertezza. Preferiamo la “certezza negativa” del paternalismo burocratico alla sfida della responsabilità. Il liberalismo di Benedetto è uno “scetticismo illuminato” che rifiuta i falsi Messia e richiama ogni cittadino alla propria, faticosa, autonomia. La proposta finale non accetta compromessi: invoca la “via maestra” di un’Assemblea dedicata per la riscrittura della seconda parte della Costituzione in un anno solare.
È l’unica strada per disarmare l’Idra e ridare dignità allo Stato. In definitiva, quello di Giuseppe Benedetto è un libro necessario. Non è per tutti, ma per chi ha il coraggio di non rassegnarsi. Perché predicare il liberalismo può sembrare inutile, ma restare in silenzio davanti al declino sarebbe una colpa imperdonabile.
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