La fermezza non è repressione. È lo Stato che fa lo Stato
C’è un’Italia che chiede di tornare a casa senza paura e una parte della politica che preferisce processare chi interviene anziché interrogarsi su chi trasforma le strade in un problema di ordine pubblico. È il cortocircuito delle polemiche sul decreto anti-maranza e sulle parole di Ilaria Salis. Mentre Giorgia Meloni rivendica il dovere dello Stato di garantire sicurezza, da sinistra si evoca lo spettro della repressione. Come se pretendere il rispetto delle regole fosse diventato un peccato politico.
La questione non è stabilire se un ragazzo con il cappuccio e la tuta larga sia un criminale. Non lo è, e sarebbe sbagliato trasformare un’etichetta generazionale in una sentenza anticipata. Il punto è un altro. Quando dietro la parola ‘maranza’ ci sono aggressioni, minacce, rapine e violenze, lo Stato deve intervenire. Non per punire un modo di vestire, un’origine o un disagio, ma per impedire che la prepotenza diventi potere sulla vita degli altri.
La polemica di Salis si inserisce in questa confusione. Denunciare gli abusi delle forze dell’ordine è legittimo così come pretendere che ogni norma rispetti la Costituzione. Ma evocare la repressione ogni volta che il governo annuncia strumenti più incisivi, lascia inevasa una domanda. Che cosa proponiamo, concretamente, per proteggere chi subisce la violenza?
È qui che la linea di Meloni rivendica una ragione politica precisa. La sicurezza non è un capriccio della destra, né una concessione agli elettori più sensibili all’ordine pubblico. È una funzione essenziale dello Stato. Senza sicurezza, la libertà resta una promessa astratta: lo sa la donna che evita una strada dopo il tramonto, il commerciante che teme una nuova aggressione, il genitore preoccupato per il figlio alla fermata dell’autobus.
Servono scuole, servizi, opportunità di lavoro, integrazione e presidi sociali. Ma la contrapposizione tra prevenzione e fermezza è artificiale. Si può investire nell’inclusione e pretendere il rispetto della legge, si può comprendere il disagio senza assolvere la violenza. Lasciare interi quartieri alla prepotenza dei gruppi più aggressivi significa abbandonare proprio le persone più vulnerabili.
Il governo deve dimostrare che le nuove misure sono efficaci, proporzionate e rispettose delle garanzie costituzionali. E la verifica dei risultati sarà decisiva. La fermezza non autorizza arbitri, e la legalità vale anche per chi la fa rispettare. Ma il controllo delle norme non può diventare un pretesto per paralizzare ogni risposta. A chi governa spetta proteggere i cittadini, a chi contesta spetta indicare alternative credibili, non limitarsi a evocare scenari apocalittici.
La differenza è tutta qui. Da una parte c’è uno Stato chiamato a intervenire, con gli strumenti della legge, prima che la paura diventi rassegnazione. Dall’altra il rischio di una politica che confonde la comprensione con la giustificazione e la critica con l’impotenza. Meloni non deve dimostrare che la sicurezza sia una bandiera di parte, deve dimostrare che sia un diritto per tutti. E Salis ha pieno titolo a contestare il governo. Ma resta una domanda alla quale le invettive non bastano a rispondere: chi difende i cittadini quando la libertà di qualcuno diventa la paura di tutti?
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