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Attualità

La giustizia delle corone

di Giuseppe Tiani -


Trentaquattro anni dopo, l’Italia ricorda il giudice Paolo Borsellino e i cinque poliziotti della sua scorta. Il Parlamento commemora, la politica pubblica fotografie, le autorità depongono corone. Tutto giusto. Ma la memoria diventa comoda quando non interroga più il presente. Borsellino credeva nella giustizia. Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina erano uomini e donne della Polizia di Stato. Morirono per proteggere il magistrato con i propri corpi.

Oggi la Polizia arresta, sequestra, denuncia e consegna. Poi, troppo spesso, comincia un percorso che il cittadino non comprende più. Provvedimenti inefficaci, pene che sembrano evaporare, vittime lasciate sole e agenti chiamati a fermare nuovamente chi avevano già arrestato. La civiltà del diritto e la giustizia non devono inseguire gli umori della piazza. Ma non possono neppure smettere di intercettare il sentimento popolare di giustizia. Il diritto, infatti, non perde autorevolezza quando rifiuta la vendetta, ma quando i suoi esiti cessano di essere intelligibili alla coscienza civile.

Una decisione può essere formalmente corretta e tuttavia apparire incomprensibile nella realtà concreta. Quando questa distanza non è più l’eccezione ma diventa sistema, il cittadino non riconosce nella garanzia un limite al potere, bensì una forma di estraneità dello Stato. Lord Hewart ammoniva che la giustizia non deve soltanto essere fatta, ma deve anche essere vista come tale. Non è una concessione alla piazza. È la consapevolezza che l’autorità della giurisdizione vive anche nella fiducia pubblica e nella capacità delle istituzioni di rendere comprensibili le proprie decisioni.

Quando legalità e realtà si separano, cresce la sfiducia. La norma resta formalmente integra, ma perde la propria presa sulla società. La giustizia parla il linguaggio dei codici, mentre il Paese ascolta quello delle vittime, della paura, dell’impunità percepita e della sicurezza quotidiana. Se questi due linguaggi non tornano a comunicare, il garantismo viene scambiato per indulgenza e la richiesta di legalità finisce sequestrata da chi offre la scorciatoia dell’autoritarismo. E nella sfiducia prosperano populismi, vendette e uomini salvifici che promettono ordine senza limiti.

Non si onorino gli uomini giusti caduti soltanto con un minuto di silenzio. La politica ritrovi il coraggio di riformare ciò che non funziona nel sistema di giustizia del Paese, con spirito autenticamente liberale, senza delegittimare i magistrati e senza abbandonare poliziotti e cittadini nel labirinto delle contraddizioni di un sistema percepito sempre più iniquo. Riformare non significa sottoporre la giurisdizione al consenso. Significa impedire che la sua indipendenza venga confusa con l’autosufficienza e che la sua complessità diventi un alibi per non rispondere degli effetti prodotti nella vita reale. Davanti alle lapidi si arriva sempre puntuali. Il problema si pone quando si dovrebbe arrivare prima.


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