Rotta artica, gas, petrolio e un tesoro di terre rare: perché l'isola diventa sempre più importante sullo scacchiere globale
Altro che igloo e orsi polari: se il mondo, mai come oggi, è un’arena di gladiatori, la Groenlandia è proprio, preciso, il centro del ring. E chi lo controlla, come sa chiunque abbia mai indossato i guantoni, può godere di un vantaggio strategico decisivo rispetto agli avversari. Ecco perché Donald Trump, uno che al Madison Square Garden c’è di casa, la pretende. Anche perché, fino ad ora, l’Europa sembra non avere alcuna forza né idea su cosa farne di quel pezzo di ghiaccio che appartiene alla Corona danese.
La rotta artica e il ruolo della Groenlandia
È un’idea, quella alla base della ritrovata centralità dell’isola più grande del mondo, che non è manco troppo contemporanea. Poco più di un secolo fa già si cercava il passaggio a Nord-Ovest, come una sorta di Graal che avrebbe abbattuto le distanze e aperto nuove rotte, rapide e veloci. Ciò che non riuscì allora, riesce adesso. Un po’ perché il cambiamento climatico ha aperto brecce importanti tra i ghiacci. E un po’ perché la tecnologia, specialmente in ambito navale, ha fatto passi da gigante rispetto ai tempi dell’esploratore norvegese Roald Amundsen.
L’Istanbul Bridge e la linea rossa che preoccupa la Casa Bianca
A ottobre la “linea rossa” è stata superata: la Cina ha dato notizia del viaggio della portacontainer Istanbul Bridge. Partita da Ningo Zhoushan ha raggiunto il porto di Felixstowe, nel Regno Unito, in soli venti giorni. Via Suez, ne occorrevano (almeno) quaranta; attraversando il capo di Buona Speranza i tempi salivano a quasi due mesi. Numeri (e tempi) che parlano da sé. E che possono solo lasciar immaginare ciò che potrebbe rappresentare in termini strategici, non solo commerciali, ma pure militari il controllo di una via così rapida. L’America si ritrova con una porta spalancata. Da cui potrebbero entrare, cinesi e russi. Magari insieme: se l’asse si sposta sulle vie del Nord, e giocoforza per la Groenlandia, diventerà sempre più difficile separare Mosca da Pechino, con buona pace degli sforzi Usa messi in campo fin dai tempi di Nixon e Mao.
I dazi non bastano a fermare Pechino
C’è poi, da sottolineare, che il Dragone ha mostrato una resilienza economica imponente. Nonostante i dazi e le minacce, la Cina ha segnato livelli record in termini di superplus commerciale. L’attivo è a 1.200 miliardi di dollari, in aumento del 20 per cento. Se l’export verso l’America è crollato (-20%), Pechino ha diretto la sua sovracapacità verso altri mercati (Africa +25,8%, Asean +13,4% e Ue +8,4%) centrando un aumento dell’attivo della bilancia commerciale di uguale misura percentuale. L’export è cresciuto del 5,5% nel 2025. Ciò già basterebbe. E invece no. Perché la Groenlandia, sotto i ghiacci (ex) perenni nasconde un tesoro di idrocarburi.
Gas, petrolio e terre rare: ma l’Ue non tocca palla
Secondo le stime, ci sarebbero fino a 400 miliardi di barili di risorse energetiche da poter sfruttare sotto e attorno all’isola. Ma non basta. Lapo Pistelli, Director Public Affairs di Eni, ha citato i numeri dell’Us Geological Survey durante l’audizione ieri al comitato permanente sull’Artico alla Camera dei Deputati. “Oltre agli idrocarburi, il 44% delle riserve mondiali della produzione mondiale di palladio si trova in Artico, 13% del platino e l’11% delle nichel. Nella zona artica abbiamo 130 milioni di tonnellate di terre rare assortite”, ha spiegato. Affermando che “metà delle risorse” ricadono però in territorio russo. Una ricchezza che non attende altro di essere colta, donando a chi lo farà per primo la centralità strategica (pure) sull’energia e sui minerali critici. Usa, Cina e Russia sono in ballo. L’Ue resta ferma, eppure avrebbe tutto l’interesse a “sfruttare” fino in fondo la sua posizione in Groenlandia. Ma non sembra averne né la forza né i piani per farlo.