La pace cammina con i piedi scalzi delle donne
di Susanna Donatella Campione Senatrice, componente commissione Giustizia e commissione bicamerale Femminicidio
Hanno camminato scalze, in silenzio, nel cuore di Roma, dall’ Ara Pacis al Pincio, fianco a fianco, senza slogan né bandiere, per chiedere che nelle terre del Medio Oriente devastate dalla guerra si smetta di uccidere.
Protagoniste della marcia del 24 marzo sono state donne e madri palestinesi e israeliane di Women for the Sun e Women Wage, unite da un messaggio. Hanno scelto di affidarsi alla forza più elementare e universale, quella dei loro corpi, corpi che danno la vita, per opporsi alla logica della morte.
L’immagine della palestinese Reem Al Hajajreh e dell’israeliana Yael Admi che camminano scalze insieme, unite dal dolore e dal coraggio, ci rimanda alla dimensione più cruda della guerra, quella a cui cerchiamo di non pensare.
Non si è trattato di un gesto isolato, ma dell’avvio di un percorso più ampio. La manifestazione di Roma segna infatti l’inizio di una serie di iniziative pensate per scuotere le coscienze e riportare al centro del dibattito pubblico la necessità di una pace concreta. Il giorno successivo, il 25 marzo, una delegazione ha incontrato Papa Leone XIV per consegnare il proprio appello e chiedere di partecipare attivamente al tavolo delle trattative di pace.
La mobilitazione muove da una consapevolezza: le differenze culturali e politiche non possono più essere un ostacolo. Le donne, abituate da sempre a mediare, a tenere insieme famiglia e lavoro, a risolvere conflitti quotidiani, rivendicano un’ottica concreta e una capacità intuitiva spesso estranee ai tradizionali meccanismi del potere.
Hanno per natura un contatto più diretto con la vita e con la morte: danno la vita, crescono figli che la guerra uccide, svolgono compiti di cura e assistenza di coloro che stanno per andarsene. Quando si uniscono, diventano una forza capace di incidere. Non decidono le guerre ma ne pagano il prezzo più alto: subiscono violenze, i loro corpi diventano il vero terreno dei conflitti e vengono usati come arma di sopraffazione per impedire al popolo nemico di avere una discendenza.
In Senato un disegno di legge a mia prima firma, all’esame della commissione giustizia, mira a introdurre un reato specifico nel nostro ordinamento: violenza sessuale come arma nei conflitti. Un reato universale per sanzionare una pratica aberrante che lede diritti universali.
Perché di questo si tratta.
Episodi recenti, come l’esclusione di donne israeliane o iraniane da alcuni cortei, mostrano che gli steccati ideologici sono una trappola, un tradimento degli scopi nobili che si afferma di voler perseguire e mal si attagliano a temi che per loro natura sono universali. La pace, la giustizia, la lotta contro la violenza riguardano i diritti umani e sono valori troppo grandi per essere rinchiusi nello spazio angusto di una concezione di parte.
La sfida è riconoscere le differenze senza trasformarle in barriere, farne un terreno di confronto per costruire un obiettivo comune più alto.
Le donne che hanno attraversato Roma a piedi nudi hanno scelto un linguaggio essenziale, privo di rumore. Nessuna parola urlata, nessun simbolo ostentato: solo passi. Passi senza scarpe che raccontano come le idee, quando sono forti, possano camminare senza altro supporto che non sia la loro grandezza.
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