La crisi del Carroccio e l’occasione mancata di Zaia
Da chi dipende la crisi della Lega? Molti si perdono nelle dinamiche, ma per me ha solo un nome: Zaia.
L’aria della Lega è guasta, scriveva il Foglio, e ha ragione: ma la puzza non è di oggi, è la stessa che si respirava già ai tempi di Bossi, quando il Senatur portò il Carroccio intorno al 3% pur di non lasciare la plancia di comando nemmeno da malato, nemmeno da relitto di se stesso.
Salvini sta rifacendo esattamente quel film, fotogramma dopo fotogramma: chiede uno statuto per uscire dalla crisi, lo legge, lo straccia, e nega persino di averlo mai voluto.
Di chi è la colpa?
Ma forse la colpa non è tutta sua. Salvini sta giocando una partita funzionale a Salvini, non alla Lega: sa perfettamente che se molla il comando adesso, lui come uomo politico è finito per sempre, soprattutto se dopo di lui il partito dovesse rifiorire. Potrebbe salvare la Lega, ma morirebbe lui. E chi, da vivo, firma la propria fine per il bene altrui?
La vera colpa, io credo, ha un nome diverso, ed è quello di Luca Zaia.
Zaia ha avuto in mano il consenso più pieno che un leghista potesse sognare, ha avuto voci da dentro e da fuori il partito che lo spingevano ad avere coraggio, a prendere finalmente il comando del movimento.
Il giorno dopo le regionali, baciato dalle preferenze, era il momento di dimostrare non quanto vale un candidato ma quanto vale un politico. Non l’ha fatto.
Il grande errore
E questo è il suo errore capitale: l’elettorato veneto lo ha capito, lo ha misurato, e ha visto che manca quel qualcosa in più che serve a un politico di razza. Chi si accontenta di fare il presidente del consiglio regionale, quando la storia gli chiede altro, fa quasi sorridere.
E chi ride ultimo, in politica, è sempre l’elettore: quelle stesse preferenze venete che hanno premiato Zaia domani non lo seguiranno più, e avranno ragione di non farlo, perché il messaggio delle urne non era “amministra bene”, era “guida il partito”. Non lo ha raccolto.
E mentre Zaia esita, il vuoto lo riempie chi gli attributi li ha dimostrati sul campo: Roberto Vannacci, che di coerenza e solidità politica ha fatto una bandiera, che non ha avuto paura di rompere e di farsi un partito suo, e che oggi sta rastrellando in Veneto proprio il consenso che fino a ieri era di Zaia.
È la stessa lezione che, su scala nazionale, Giorgia Meloni ha già impartito a tutti: il suo consenso tiene, e tiene proprio perché lei quel qualcosa in più lo ha mostrato senza tentennare, sfidando con classe assoluta persino il presidente degli Stati Uniti quando serviva farlo.
Zaia ha avuto il Veneto in mano e non ha stretto il pugno; Vannacci e Meloni, in modi diversi, il pugno lo hanno stretto e non lo mollano. Ecco perché, mentre la Lega respira aria guasta, altrove l’aria è aperta, e tira dritta per chi ha avuto il coraggio di respirarla fino in fondo.
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