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“Lei si poteva sciacquare” Una sentenza che sfregia più dell’acido

di Priscilla Rucco -


Ci sono parole pronunciate con cognizione di causa che non si limitano a ferire: ma scavano. Restano. Umiliano. La frase riportata nelle motivazioni di una recente sentenza – “Lei si poteva sciacquare” – è una di queste. Un uomo getta acido addosso alla sua ex compagna. Un gesto che, da solo, racconta premeditazione, crudeltà, volontà di colpire nel modo più devastante possibile. Un ribaltamento logico che lascia attoniti: invece di valutare la gravità del gesto, si valuta la possibilità, ipotetica, di limitarne gli effetti. È come dire che la violenza è meno grave se la vittima riesce, per caso, per istinto o per semplice fortuna, a salvarsi da sola. Mauro D’Urso, giudice per l’udienza preliminare di Verbania, ha condannato l’aggressore a tre anni di reclusione, come richiesto dal pubblico ministero. Tuttavia, la decisione sorprende per la riqualificazione dei reati: non «tentata deformazione permanente dell’aspetto», bensì «tentate lesioni personali gravissime», e non “stalking” ma “minacce”. 

Il fatto: acido gettato sulla ex

Era il 28 dicembre 2024 quando un uomo di 64 anni entrò nel salone da parrucchiera della sua ex compagna e le versò addosso due flaconi di acido cloridrico al 6,5 %. La donna fu colpita su capelli, collo e viso, ma grazie a un risciacquo immediato e all’aiuto delle persone presenti evitò danni cicatriziali permanenti.  E proprio nelle motivazioni il giudice sottolinea che l’acido utilizzato era “inidoneo” a provocare in concreto lesioni permanenti, poiché nel salone era possibile “risciacquare immediatamente la cute”. Di conseguenza, benché l’intento dell’aggressore fosse evidentemente violento, l’evento non ha provocato il danno che avrebbe giustificato la più grave accusa di tentato sfregio. Prima dell’aggressione, l’uomo aveva bombardato la donna di messaggi minacciosi: “quegli occhi potrebbero non vedere più”, “l’acido brucia bene”, “guardati le spalle!”.

L’acido non è un’arma qualunque

La violenza chimica non è un raptus, non è un impulso improvviso. È una scelta calcolata, ponderata, studiata. Significa procurarsi l’acido, conservarlo, portarlo con sé e aspettare il momento “giusto”. Chi colpisce così non vuole solo ferire: vuole marchiare, cancellare, ridurre una persona alla sua cicatrice. Attribuire minore gravità al gesto perché la vittima ha avuto la prontezza – o la fortuna – di proteggersi è un rovesciamento della responsabilità che suona come un insulto. La giustizia non può basarsi su ciò che non è accaduto, ma su ciò che è stato tentato.


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