Libertà di stampa non di calunnia
Il copione è sempre lo stesso: non appena un esponente del governo decide di difendere la propria reputazione nelle sedi giudiziarie, ecco che da sinistra parte l’allarme democratico. Si grida al “bavaglio”, all’attacco alla libertà di stampa, alla deriva autoritaria. Come nel caso della Gruber, che nei giorni scorsi, dal basso della sua trasmissione, ha accusato “le destre al potere” di “avere un grosso problema con la libertà di stampa”.
Questo andazzo lo abbiamo visto benissimo con il piagnisteo per le querele presentate nei giorni scorsi dai ministri Carlo Nordio contro la trasmissione di Bianca Berlinguer sul caso Minetti e Matteo Piantedosi contro Dagospia sul caso Conte. Ma dietro la retorica indignata dell’opposizione, sempre pronta a stracciarsi le vesti, c’è la totale assoluta malafede. Perché un conto è il diritto di informare, ben altro è la pretesa di poter diffamare senza conseguenze (in nome di un qualche patentino di democratico più democratico degli altri).
La libertà di stampa è uno dei pilastri della democrazia. Ma proprio perché è un diritto fondamentale, richiede responsabilità, rigore, verifica delle fonti e rispetto delle persone coinvolte. Quando invece si superano quei limiti e si trasformano insinuazioni, ricostruzioni parziali o bufale in strumenti di delegittimazione politica, allora non si è più nel campo dell’informazione.
Siamo alla diffamazione. E chi ritiene di essere stato danneggiato ha tutto il diritto di portare certi giornalisti in tribunale. Siamo al paradosso – oltre al danno, la beffa – gli stessi ambienti che da anni difendono (se non incoraggiano) ogni iniziativa giudiziaria contro avversari politici oggi considerano scandaloso che un ministro quereli un giornale o una trasmissione televisiva. Come se il diritto alla tutela della reputazione valesse soltanto per alcuni. In realtà, la querela non è un bavaglio: è uno strumento previsto dallo Stato di diritto. Sarà il giudice a stabilire se vi sia stata diffamazione oppure no.
Trasformare automaticamente ogni azione legale in un attentato alla libertà di espressione significa voler creare una zona franca per certa informazione chiamiamola militante. E qui emerge il solito doppio standard della sinistra italiana. Quando il bersaglio è il centrodestra, tutto è consentito: processi mediatici, gogna permanente. Quando invece qualcuno reagisce, ecco che parte la narrazione della stampa perseguitata. È la logica dei due pesi e due misure: libertà totale per chi attacca il governo, scandalo democratico se il governo si difende. La verità è che il governo non vuole imbavagliare i giornalisti, ma nemmeno i giornalisti possono pretendere l’impunità. La critica è sacrosanta, la calunnia no.
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