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Editoriale

La sfida Usa-Cina sull’Ai taglia fuori l’Ue. L’Italia faccia da sola

di Adolfo Spezzaferro -


Mentre Washington e Pechino si confrontano nella loro corsa per l’intelligenza artificiale, Bruxelles prende atto di non essere nemmeno al tavolo. L’intesa tra Trump e Xi segna un punto di svolta, le due superpotenze hanno capito che la competizione sull’Ai richiede regole condivise – o almeno, la certezza di non finire in uno scontro frontale che danneggerebbe entrambe. E così, tra dazi e semiconduttori, hanno trovato un terreno comune: definire insieme i confini della sfida tecnologica più importante del secolo. L’Ue, nel frattempo, è tutta concentrata nel perfezionare i regolamenti.

L’Ai Act è un documento super elaborato, frutto di negoziati, bilanciamenti tra Stati membri, compromessi su definizioni e categorie di rischio. Un esercizio giuridico impeccabile, come nella migliore tradizione Ue. Ma mentre noi scriviamo le regole del gioco, americani e cinesi costruiscono i giocatori. I numeri parlano chiaro, gli investimenti privati in Ai negli Stati Uniti superano quelli europei di anni luce. La Cina dal canto suo forma ogni anno più ingegneri specializzati di quanti ne abbia l’intera Ue. Le aziende europee che contano nel settore si contano sulle dita di una mano – e spesso sono oggetto di shopping dei capitali d’oltreoceano.

Lo sappiamo e lo ripetiamo, non è questione di talento: l’Europa (così come l’Italia) ne ha in abbondanza. È un problema di velocità: nelle decisioni e nella capacità di concentrare risorse su obiettivi strategici. Ma quando parliamo dell’Ue sappiamo bene che la velocità non è di casa. Eppure la posta in gioco è di vitale importanza: chi domina l’Ai definirà gli standard globali, influenzerà i sistemi democratici, controllerà le infrastrutture critiche del futuro. Essere spettatori di questa partita significa accettare un ruolo subalterno per i prossimi decenni. In questa corsa contro il tempo, l’immobilismo Ue ci impone di agire per conto nostro. Per il bene dell’Italia.


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