L’Italia dei “No” vuole fermare anche le Olimpiadi
No Tav, no Tap, no al nucleare, no al Ponte e persino no alle Olimpiadi. C’è una parte d’Italia – una minoranza rumorosa e ben organizzata – che ha trasformato il dissenso in un riflesso automatico. Un “no” ideologico, preventivo, impermeabile ai numeri e alle conseguenze. Perché i Giochi non sono solo un evento sportivo: sono racconto, reputazione, credibilità internazionale.
Sono la fotografia di un Paese che sceglie di mostrarsi capace di organizzare, investire, innovare. Milano-Cortina 2026 non è una cartolina patinata, è un progetto infrastrutturale da 5 miliardi di euro, con l’87% delle risorse destinate ad adeguamenti permanenti. Strade, collegamenti, accessibilità: non cattedrali nel deserto, ma interventi in territori, soprattutto montani, che da anni soffrono isolamento e marginalità.
Eppure il copione è noto: sabato a Milano il corteo del Comitato “Insostenibili Olimpiadi” ha portato in piazza migliaia di persone contro i Giochi e contro la presenza dell’ICE. Legittimo manifestare, meno legittimo tentare di sabotare. Non a caso la Commissione di Garanzia sugli scioperi è oggi intervenuta segnalando al Ministro delle Infrastrutture il rischio concreto di pregiudizio alla libertà di circolazione per le mobilitazioni nel trasporto aereo del 16 febbraio e del 7 marzo, in sovrapposizione con il calendario olimpico e paralimpico.
La proposta è semplice: riposizionare gli scioperi tra il 24 febbraio e il 4 marzo, in un periodo non interessato dalle competizioni, per bilanciare diritto di sciopero e interesse nazionale. Immaginiamo il danno- economico e d’immagine – di spettatori paganti bloccati negli aeroporti: un autogol pagato da imprese, lavoratori, territori. Ai professionisti della “decrescita felice” va ricordato che la crescita non è una colpa e l’ambizione non è un crimine. Le Olimpiadi passano, le infrastrutture restano. E resta soprattutto l’idea di Paese che vogliamo essere. Si può discutere e migliorare, ma non si può restare fermi ogni volta che qualcuno alza un cartello con scritto “no”. Il mondo corre. E questa volta l’Italia deve correre con lui.
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