Lo sgombero del Leoncavallo tra Stato e Comune di Milano
CENTRO SOCIALE LEONCAVALLO PRESIDIO CONTRO LO SGOMBERO
L’occupazione del Centro Sociale Leoncavallo ai danni di un privato cittadino ed a carico dello Stato, che doveva risarcire 3 milioni di euro, è finita. Finalmente lo Stato è tornato ad esercitare il suo diritto / dovere di usare la forza per affermare la giustizia. Il sindaco del capoluogo lombardo, invece, si è detto stupito: “Palazzo Marino non è stato avvertito. C’erano molte modalità per farlo. Il Leonka ha valore e deve continuare ad emettere cultura” le sue parole. Eppure la cultura dovrebbe esprimersi nella legalità, nel rispetto della legge. Secondo alcuni invece ci sarebbe una cultura che le regole non avrebbe il dovere di rispettarle, si potrebbe porre al di sopra di esse. Così, senza neanche bisogno di fornire spiegazioni allo Stato e alla collettività che invece sopporta il costo economico e morale di quell’illegalità tanto amata da certa politica. E si tratta di violenza politica, con la solita, puerile e vigliacca scusa dell’antifascismo. Qui invece si ruba, si spaccia la droga, si commettono reati per i quali certa politica invoca l’impunità. Si creano aree sottratte alla legalità dove deve regnare il privilegio, la violenza, il sopruso. Non si deve più accettare che dei criminali parlino di “cultura” per coprire la commissione di reati anche gravi. Ha continuato invece il sindaco Sala, prima di mettersi a cercare un’altra sede: “a mio parere questo centro sociale deve continuare ad emettere cultura, chiaramente in un contesto di legalità. Da anni e anni è un luogo pacifico di impegno. Confermo la volontà di mantenere aperta l’interlocuzione con i responsabili delle attività del centro sociale”. In questo modo però si esercita il potere per il potere, la conservazione dei privilegi costruiti sulla menzogna di chi vuole continuare a nascondere la verità, di chi ha la sfacciataggine di parlare di legalità sapendo di mentire e di cercare spazi dove la legalità diventa solo quello che è stato il Leoncavallo per anni: commissione di reati, che dovevano restare impuniti, perché solo così l’antifascismo era un’ideale, anziché uno squallido pretesto per delinquere! Lo Stato ha concesso troppo a lungo questo privilegio, pagando, con i soldi dei cittadini, l’occupazione di uno spazio privato a fine di sopraffazione e delinquenza. Quale cultura? Una solo parola: antifascismo, e per il resto? La più arrogante delle ignoranze, la più retriva delle vuote esercitazioni di stordimento, rifiuto, alienazione. L’illegalità può dare vita solo all’incultura del rifiuto di tutti e tutto, ad ogni costo, no a questo e no a quello, solo no! Chi vuole solo mantenere privilegi ingiusti non vuole riflettere, non vuole pensare, né ideare, creare, vuole solo opporre dei no e possibilmente imporre anche violenza e crimine. Ed è questo il germe del conflitto, la sorgente di ogni inutile scontro, politico e sociale: insistere ad ogni costo con la tesi che alcuni possono fare tutto e altri niente, che quelli che stanno da una parte non sono soggetti ad alcuna legge e ad alcun giudizio, mentre gli altri sono sempre dalla parte sbagliata e si devono difendere, spiegare e giurare di non farlo più. Questa è la base dell’ingiustizia e la tomba di ogni riconciliazione, l’aprioristico rifiuto di riconoscere ogni ragione a coloro che semplicemente la pensano in modo diverso.
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