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Esteri

Mandato arresto per ex capo Fbi: la vendetta di Trump

L'accusa: in un post del 2025 aveva posizionato alcune conchiglie a formare i numeri 86 e 47 interpretati come......

di Dave Hill Cirio -

Combo con al centro la foto di una criptica composizione di conchiglie su una spiaggia di sabbia bianca postata dall'ex direttore dell'Fbi James Comey. A sinistra il presidente degli Stati Uniti Donald J Trump in una foto del 12 maggio 2025, a destra James Comey in una foto del 27 settembre 2016. Le conchiglie formano il numero 8647 e Comey è accusato di aver lanciato una minaccia di morte contro il commander-in-chief perché il numero 86 starebbe per "uccidere/eliminare" e Trump è il 47esimo presidente americano


Meglio di “House of Cards”: la notizia del mandato di arresto per l’ex capo dell’Fbi conferma le vicende interne Usa come nel copione di un thriller politico.

Mandato di arresto per l’ex capo dell’Fbi

La notizia sta rimbalzando tra le principali testate americane: il Washington Post e la Cnn rilanciano tutti i dettagli di questa storia.

Al suo centro, James Comey, l’ex direttore dell’Fbi.

Comey accusato di minacce a Trump

Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha scosso Washington emettendo un mandato d’arresto per James Comey, l’ex direttore dell’Fbi già protagonista di storici scontri con Donald Trump.

Al centro del caso, un post sui social media che gli inquirenti interpretano come un esplicito messaggio in codice per istigare all’omicidio del 47esimo presidente degli Stati Uniti.

Il “Codice delle conchiglie”: perché è scattato il mandato

L’inchiesta ruota attorno a una fotografia pubblicata da Comey su Instagram nel 2025, che ritraeva delle conchiglie disposte sulla sabbia a formare il numero “86 47”.

Per l’accusa, il significato sarebbe inequivocabile. Il numero 86, nello slang americano, significa “eliminare” o “far fuori”. E 47 un preciso riferimento a Donald Trump, attuale 47esimo presidente.

Secondo l’atto di accusa depositato presso la Corte Distrettuale della Carolina del Nord, Comey “…ha consapevolmente e intenzionalmente minacciato di togliere la vita e di infliggere danni fisici al presidente degli Stati Uniti, pubblicando una fotografia che un destinatario ragionevole, familiare con le circostanze, interpreterebbe come una seria espressione di intenti a fare del male”.

Leggi anche E intanto l’attuale capo dell’Fbi….

La posizione del Dipartimento di Giustizia

Il procuratore generale facente funzioni, Todd Blanche, ha spiegato la severità della misura durante una conferenza stampa tesissima tenutasi ieri.

Nonostante Comey avesse rimosso il post definendolo un semplice “messaggio politico”, il DOJ ha deciso di procedere con il secondo rinvio a giudizio in pochi mesi.

Todd Blanche ha dichiarato testualmente: “Minacciare la vita del presidente degli Stati Uniti non sarà mai tollerato dal Dipartimento di Giustizia. Sebbene questo caso sia unico e l’incriminazione risalti per via del nome dell’imputato, la sua condotta è la stessa che indagheremo e perseguiremo sempre”.

Cosa accadrà ora: arresto o resa?

Attualmente vige l’incertezza sulle modalità dell’arresto. I media Usa riferiscono che il Dipartimento di Giustizia è in contatto con il team legale di Comey per negoziare una consegna spontanea, evitando così una cattura pubblica che infiammerebbe ulteriormente il clima politico già rovente.

James Comey, dal canto suo, ha rotto il silenzio con un video messaggio in cui professa la sua totale innocenza e sfida l’attuale amministrazione.

“Questa non sarà la fine – afferma – . Nulla è cambiato in me. Sono ancora innocente, non ho paura e credo ancora nella magistratura federale indipendente, quindi andiamo avanti”.

Il commento di Donald Trump

Non è mancata la reazione del presidente Trump, che ha commentato il caso ai microfoni di Fox News, alzando la posta dello scontro. “Se sei il direttore dell’Fbi e non sai cosa significasse quel post – ha detto – , allora significa assassinio. E lo dice forte e chiaro”.

La vicenda promette di diventare il processo politico del decennio, mettendo a confronto il Primo Emendamento (libertà di espressione) e la sicurezza nazionale.


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