Stipendi poveri, sicurezza ostaggio degli apparati
C’è un modo elegante di impoverire i poliziotti. Non negare i contratti, ma finanziarli e poi rinviarli. Si
chiama procedura, ma nella vita diventa affitto, mutuo, bollette, figli, benzina, scuola, anziani, farmacia.
Accade nel rinnovo 2025-2027 del Comparto Sicurezza. La parte economica già condivisa dai sindacati delle Polizie civili va posta subito in pagamento. Stipendi e arretrati non possono restare nel limbo senza ragione politica.
I decreti che recepiscono gli accordi vanno separati. Le posizioni dei tavoli militari non possono
continuare a bloccare le Polizie civili. La contestualità serve a garantire omogeneità, non immobilismo.
Siamo giunti a un punto di non ritorno. Il Presidente Meloni e il Ministro dell’Interno Piantedosi, Autorità
nazionale di pubblica sicurezza, assumano l’iniziativa per far emanare il decreto che recepisce l’accordo del tavolo delle Polizie civili. Anche in questo si misura la qualità delle classi dirigenti. Altrimenti la tecnica
diventa alibi, gli apparati diventano sovrani, la democrazia perde sostanza e la politica dei redditi del
Governo vana. La questione politica è scoperta.
Da una parte si ritarda il pagamento di stipendi e arretrati ai poliziotti, danneggiando le scelte già compiute dal Governo e dai Sindacati delle Polizie civili. Dall’altra si tenta di indebolire il Questore, autorità civile di pubblica sicurezza, rivendicando spazi e poteri che l’ordinamento non assegna. È una manovra a tenaglia.
Si rallenta il contratto delle Polizie civili e si prova a comprimere la catena civile della sicurezza pubblica. Il mancato finanziamento dell’area negoziale dei dirigenti della Polizia di Stato è un tassello dello stesso puzzle. Il Comparto Sicurezza nei fatti è già separato dal Comparto Difesa. Poliziotti e militari svolgono funzioni nobili, ma non sovrapponibili. La Polizia di Stato è istituzione civile, segnata dalla legge 121 del 1981 e dalla smilitarizzazione nata dalla maturità democratica del Paese. I sindacati di polizia sono figli di quella stagione di lotte, non di alchimie legislative degli apparati. Tenere insieme ciò che realtà e Costituzione hanno distinto, produce ritardi e ingiustizie.
Nelle democrazie la sicurezza interna ha una guida civile. È un limite invalicabile. Quindi, il rinnovo deve
chiudersi subito, anche per non far slittare il triennio 2028-2030, già finanziato dal Governo. Ogni rinvio non sa di scelta politica, ma di veto. Non vorrei che attorno al contratto si muovessero forze interessate a
impedirne la luce, non per ragioni contabili, ma per i riflessi politici e istituzionali che avrebbe il
riconoscimento del lavoro dei poliziotti. Resta la domanda. Come si misura la retribuzione giusta.
Gli indici sono utili, ma non vedono tutto. L’IPCA non paga affitti, energia, mutui, figli, trasporti, visite mediche e costo reale della vita. Uno stipendio può risultare adeguato in tabella e povero nella vita reale. Può rispettare il calcolo e tradire la realtà. Così, scelte politiche impopolari vengono mascherate dagli automatismi tecnici e i poliziotti, chiacchiere a parte, restano orfani dello Stato che servono. La specificità non è una parola da cerimonia. È il giusto ristoro delle indennità, previdenza, tutela legale, formazione, casa, turni sostenibili e riconoscimento professionale. Parlamento e Governo scelgano se continuare con strumenti vecchi o aprire una stagione riformatrice.
Separare il Comparto Sicurezza dal Comparto Difesa è necessità istituzionale, contrattuale e sindacale. Aggiornare la misurazione del potere d’acquisto è un atto di verità. Certa politica, imbevuta d’ipocrisia, applaude le divise quando cadono, ma le misura con il bilancino quando devono vivere. Se il lavoro di chi serve lo Stato è povero, si impoverisce lo Stato.
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