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La clausola di “reso” sull’utero in affitto: 600mila dollari di penale se non abortisci il bimbo imperfetto

In Canada una coppia gay fa causa alla surrogata che ha rifiutato l'aborto eugenetico: se i giudici daranno loro ragione, il mercato imporrà il recesso sui figli

di Anna Tortora -


Maternità surrogata, il caso che arriva dall’Ontario

Nel tessuto intimo della creazione, la maternità non è mai stata una semplice incubazione, né un servizio a beneficio di terzi. La scienza moderna, attraverso lo straordinario fenomeno del microchimerismo fetale, ha svelato una realtà biologica che dà carne e sangue a ciò che la teologia e l’antropologia descrivono da sempre sul piano spirituale e relazionale: l’indissolubilità del legame tra madre e figlio. Quel legame che un tempo si declinava solo in termini di anima e affetti, oggi sappiamo essere scritto persino nelle cellule che continuano a dialogare tra loro per tutta la vita.

Eppure, la cronaca recente arrivata dall’Ontario, in Canada, ci scaraventa nell’abisso più cupo di quella “cultura dello scarto” e del riduzionismo utilitarista che mercifica l’umano. Una coppia gay di genitori intenzionali ha intentato una causa da 600 mila dollari contro la madre surrogata. La colpa di questa donna, una madre single che lavora come agente di custodia, è stata quella di aver esercitato la più sacra delle obiezioni di coscienza: essersi rifiutata di abortire alla ventiduesima settimana di gravidanza dopo che un’ecografia aveva diagnosticato al feto un labbro leporino e sospetto di una malformazione cardiaca minore e potenziali anomalie genetiche correlate.

Questa vicenda drammatica svela la vera natura della maternità surrogata, spogliata di tutta la retorica progressista e sentimentale dell'”amore che basta a se stesso”. La bioetica teologica ci insegna che il figlio è, per sua natura, un dono (donum), mai un diritto (debitum). Nel momento in cui la generazione viene sottratta all’alveo naturale e spirituale della famiglia per essere consegnata alle logiche transazionali del mercato e della tecnica, il dono si corrompe inevitabilmente in prodotto.

Il controllo di qualità sul “prodotto” umano

E un prodotto, per definizione commerciale, deve essere perfetto e conforme alle specifiche della transazione. Se presenta un difetto scatta la richiesta di distruzione, la clausola di recesso sotto forma di aborto selettivo. È l’eugenetica contemporanea, non più imposta da regimi totalitari, ma sottoscritta volontariamente davanti a un notaio in nome dell’autodeterminazione dei desideri e dei “nuovi diritti”.
Il contratto di surrogazione pretende di normare ciò che per definizione è indisponibile: lo statuto ontologico del nascituro e la dignità del corpo femminile. Si assiste al tentativo di ridurre la gestante a un mero strumento biologico, a un’incubatrice spersonalizzata che deve obbedire alle direttive dei committenti, persino quando queste impongono la soppressione della creatura che porta in grembo e con cui condivide il sangue.

E qui si consuma il paradosso giuridico più aberrante. Poiché nessun tribunale occidentale può costringere fisicamente una donna a subire un aborto contro la sua volontà, la legge viene usata come un maglio economico. I committenti chiedono il risarcimento per “inadempimento contrattuale” e “stress emotivo”: se non possono obbligarla a interrompere la gravidanza nei fatti, la puniscono sul piano finanziario. Chi difende la vita del nascituro si ritrova così sotto processo, sommerso da richieste di risarcimento stratosferiche volte a piegare la volontà della donna con lo spettro del lastrico. Se questo principio passa, il mercato avrà ottenuto ciò che voleva per via indiretta: il ricatto economico come garanzia di conformità e di “reso” sul bambino.

La ribellione della biologia e dello spirito

Ma la biologia, che è anche il linguaggio visibile del Creatore, si ribella. La decisione di questa madre di rifiutare l’aborto e portare a termine la gravidanza, pur affrontando una causa finanziariamente distruttiva e il blocco dei rimborsi spese, è un atto di profonda testimonianza etica. Ha ricordato al mondo che la dignità del nascituro prescinde dalle aspettative e dai progetti di chi lo ha “ordinato”. Ha ribadito che il grembo materno non è una fabbrica e che il corpo umano non è un tempio profanabile per i desideri e i capricci egoistici dell’adulto.

La lezione bioetica che questa triste vicenda ci consegna è limpida: l’amore scisso dalla verità biologica e morale si converte nel suo opposto, in puro egoismo proprietario. Avere un figlio non è un diritto, perché una persona non può mai essere l’oggetto di un diritto altrui. Se non ristabiliamo questo confine, se non riconosciamo che esistono limiti invalicabili alla tecnica e alla pretesa dell’uomo di farsi creatore a propria immagine e somiglianza, la nostra civiltà è destinata a naufragare nel tribunale del consumismo esistenziale, dove persino i bambini si comprano, si selezionano e, se difettosi, si buttano.

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