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Operazione Cash Back: una frode da 5 miliardi

Sessantamila aziende coinvolte, le mani della criminalità cinese sul tessile pure ad Ancona

di Angelo Vitale -


Cinque miliardi, un “Cash Back” non da poco: è il nome dell’operazione che ha ricostruito una frode fiscale scoperta dalla Guardia di Finanza nel corso di indagini coordinate dalla Procura della Repubblica di Ancona. Non una truffa isolata, ma una macchina organizzata, continua, capace di produrre fatture false in quantità industriale e di alimentare un circuito di riciclaggio internazionale. Un sistema promosso da cittadini di origine cinese che ha coinvolto oltre 60mila imprese in tutta Italia e che, secondo gli inquirenti, ha messo in piedi più di 400 società cartiere, create e poi rapidamente cancellate o svuotate con un unico scopo: generare carta fiscale fittizia e trasformarla in denaro contante.

Operazione Cash Back

L’origine, nei laboratori tessili dell’area. Una vicenda che fa il paio con quanto accade a Prato ove è ormai certificata la presenza della criminalità del Paese del Dragone. “Un fenomeno – diceva quasi un anno fa in Toscana l’azzurro Pietro Pittalis – – che desta seria preoccupazione per la pericolosità per la sicurezza dei cittadini e altera la libera concorrenza del mercato”.

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L’indagine di Ancona parte nel 2023 da controlli sui laboratori tessili gestiti da cittadini cinesi tra Ancona, Senigallia e Trecastelli. Le verifiche fiscali rivelano incongruenze evidenti tra volumi dichiarati, personale impiegato e movimentazioni finanziarie. I flussi di denaro superano di gran lunga la capacità produttiva reale. Da qui l’intuizione investigativa. Dietro quelle aziende, un sistema più ampio, che utilizza il settore tessile come punto di appoggio per operazioni di frode su larga scala.

Le Fiamme Gialle ricostruiscono così una rete composta da oltre 433 imprese fittizie, veri e propri fatturifici. Società intestate a prestanome, costituite con documenti falsi o con identità di comodo, spesso prive di sedi operative reali. Venivano aperte e utilizzate per emettere milioni di euro in fatture per operazioni inesistenti. Poi chiuse o lasciate fallire. Una catena di montaggio della frode, alimentata da centri di elaborazione dati apparentemente legali ma poi compiacenti, perché in grado di produrre migliaia di documenti fiscali in tempi rapidissimi.

Sessantamila aziende coinvolte

Il dato più impressionante, la platea dei beneficiari. Secondo la ricostruzione investigativa, oltre 60mila imprese in Italia avrebbero utilizzato quelle fatture per abbattere imponibili, generare crediti Iva inesistenti o giustificare costi mai sostenuti. Un sistema diffuso, capillare, che ha trasformato la frode in un servizio a disposizione del mercato sommerso.

Il caso simbolo, oltre 70 milioni fatturati in tre mesi da un appartamento. Tra gli episodi più emblematici, infatti, quello di una società che, in 90 giorni, ha emesso oltre 70 milioni di euro di fatture false. La sede? Un appartamento al sesto piano di un condominio a Cinisello Balsamo, in provincia di Milano. Nessuna struttura aziendale adeguata, nessun reparto amministrativo proporzionato ai volumi dichiarati. Solo carta, conti correnti e flussi finanziari. Un centro di produzione documentale che, sulla carta, muoveva decine di milioni senza un’attività economica reale.

La banca underground

Nella stessa area, una sorta di banca occulta. Un luogo utilizzato per raccogliere e gestire il contante derivante dalle operazioni illecite. Qui il denaro veniva depositato, conteggiato e ridistribuito, alimentando un circuito parallelo rispetto al sistema bancario ufficiale.

E’ il meccanismo del “cash back” illecito. Il cuore dell’organizzazione, il cosiddetto “cash back”. Le imprese che acquistavano fatture false ricevevano in contanti fino al 90 per cento dell’importo indicato nei documenti. Il restante 10 per cento costituiva il profitto dell’organizzazione. Un modello semplice e redditizio, che garantiva liquidità immediata e riduzione artificiale del carico fiscale.

Per sostenere questa struttura venivano utilizzati documenti di identità falsificati per aprire conti correnti e costituire nuove società. Le imprese cartiere operavano per periodi limitati, giusto il tempo di emettere fatture milionarie. Poi sparivano, lasciando dietro di sé debiti fiscali e tracce difficili da ricostruire.

Ma il sistema non si fermava alla frode fiscale. Parte dei proventi veniva trasferita all’estero. In una prima fase, attraverso “spalloni” incaricati di trasportare contante oltre confine. Successivamente, tramite bonifici verso conti correnti in Cina, giustificati da presunte importazioni di merci mai avvenute. Le operazioni bancarie venivano schermate con documentazione commerciale fittizia, così da dare parvenza di legittimità ai trasferimenti.

Centinaia di indagati, le mani della criminalità cinese sul tessile italiano

L’operazione ha portato alla denuncia di 281 persone e all’arresto di tre soggetti. I sequestri disposti superano il miliardo di euro, a cui si aggiungono beni per circa 50 milioni tra immobili, conti, contanti e complessi aziendali. Numeri che delineano una delle più imponenti operazioni contro le frodi fiscali degli ultimi anni.

Una struttura organizzata, ramificata e capace di produrre falsità fiscale su scala nazionale, trasformando un appartamento, un laboratorio tessile o una società fantasma in perfetti ingranaggi di una macchina da miliardi di euro.


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