Osti malvagi, marinai, cocchieri e prof

Così San Nicola diventò Babbo NataleChe dietro la figura di Babbo Natale si nasconda quella di San Nicola è fin troppo noto. Lo sono meno, però, i motivi che hanno portato alla lenta, ma inesorabile, nascita di una icona che da religiosa e devozionale è diventata pop e planetaria.
Nicola di Myra, vissuto tra il terzo e il quarto secolo dopo Cristo, è una delle figure più importanti della Chiesa ed è venerato sia dai cattolici che dagli ortodossi. Il suo culto è un ponte tra l’Oriente e l’Occidente. E ciò perché i mercanti baresi foraggiarono una spedizione navale che, nel 1067, seppero appropriarsi delle reliquie, custodite proprio a Myra. L’approdo a Bari dei 62 marinai autori dell’audacissimo colpo fu salutato dal tripudio del popolo e i resti del Santo, consegnati ai benedettini, furono traslati qualche anno dopo nella Cattedrale a lui dedicata. Che, ogni anno, è visitata da migliaia di pellegrini provenienti da ogni angolo dell’Europa, specialmente quella orientale.
San Nicola è il protettore delle donne, specialmente quelle in cerca di marito. Concede la grazia di trovarne uno alle fedeli che lo pregano, girando attorno a una colonna nel tempio barese. Ma è stato soprattutto il protettore dei bambini e la tradizione dei doni è lunghissima. Affonda le sue radici nella leggenda che è diffusa in ogni angolo dell’Europa, a prescindere dalla confessione religiosa. Nasce da un miracolo, che la tradizione attesta in varie versioni. La più celebre è quella del santo che avrebbe scoperto, e restituito alla vita, tre bambini che un oste malvagio aveva fatto a pezzi e conservato sotto sale in un barile, in modo da servirne le carni agli avventori. Pare che questa storia sia frutto di un equivoco, o quantomeno di una traduzione sbagliata da parte di un monaco medievale tedesco, Reginold, che in una Vita di San Nicola risalente al 961, abbellì così la vicenda che, altrimenti, avrebbe narrato (soltanto) l’impegno del vescovo per salvare dalla persecuzione e dall’esecuzione dioclezianea tre confratelli.
La letteratura europea si è impadronita della storia “originale”. Anatole France, tra i grandi scrittori di fine ‘800, imbastì una sorta di “seguito” all’episodio dell’osteria, amarissimo per il vescovo che, ne “Il Miracolo del Grande San Nicola” fa dei tre bambini salvati degli autentici corruttori, distruttori della fede, dell’esercito e del mondo più in generale. Il folklore, invece, ha inglobato (come sempre) tradizioni antichissime e ha “giustificato”, da un lato le strenne e i regali decembrini e dall’altro la (nuova) vita del Krampus, il mostro demoniaco dell’inverno, collegandolo proprio alle figure diaboliche dell’oste e di chi lo avrebbe ispirato sconfitti dall’ispirazione del Santo di Myra (e di Bari).
La strada per arrivare a Santa Klaus, dunque a Babbo Natale, però è lunga e tortuosa. E passa dall’America. Dove il pio professore di lingue Clement Clark Moore venne “ispirato” da un cocchiere olandese che gli raccontò come lui, da bambino, fosse omaggiato di doni da Sinterklaas, il San Nicola in lingua nederlandese. Moore, dunque, compose e recitò ai suoi nove figli una filastrocca “Twas the night before Christmas” che delinea il profilo pacioso di Babbo Natale e parla della slitta con le renne. Pubblicata, nolente l’autore, su un giornale locale, il Sentinel Troy, il 23 dicembre del 1832 divenne subito famosissima e amatissima. Al punto che negli Stati Uniti è (ancora) un autentico must del Natale, interpretato da grandi artisti tra cui Michael Bublé. Ci vorranno ancora anni, più di un secolo, prima che la Coca Cola decidesse di farne un’icona mondiale. Non se lo inventò di sana pianta ma decise di dargli una figura “stabile”. Nel 1931, infatti, l’azienda affidò al fumettista Haddon Sundblum il ruolo di disegnare Babbo Natale. Lui decise di ispirarsi alla versione grafica di Thomas Nast che, per primo, lo vestì di rosso spogliandolo degli abiti verdi del folklore nord europeo. Sundblom, secondo la leggenda urbana, pare si ispirò a se stesso per il volto di Santa Claus. E continuò a disegnarlo e a disegnarsi così fino al 1964. Contribuendo così a una trasformazione, l’ennesima, dell’immaginario collettivo. Che passò da un grande santo della tradizione europea a un’icona commerciale capace di parlare a tutto il mondo.

Così San Nicola diventò Babbo NataleChe dietro la figura di Babbo Natale si nasconda quella di San Nicola è fin troppo noto. Lo sono meno, però, i motivi che hanno portato alla lenta, ma inesorabile, nascita di una icona che da religiosa e devozionale è diventata pop e planetaria.
Nicola di Myra, vissuto tra il terzo e il quarto secolo dopo Cristo, è una delle figure più importanti della Chiesa ed è venerato sia dai cattolici che dagli ortodossi. Il suo culto è un ponte tra l’Oriente e l’Occidente. E ciò perché i mercanti baresi foraggiarono una spedizione navale che, nel 1067, seppero appropriarsi delle reliquie, custodite proprio a Myra. L’approdo a Bari dei 62 marinai autori dell’audacissimo colpo fu salutato dal tripudio del popolo e i resti del Santo, consegnati ai benedettini, furono traslati qualche anno dopo nella Cattedrale a lui dedicata. Che, ogni anno, è visitata da migliaia di pellegrini provenienti da ogni angolo dell’Europa, specialmente quella orientale.
San Nicola è il protettore delle donne, specialmente quelle in cerca di marito. Concede la grazia di trovarne uno alle fedeli che lo pregano, girando attorno a una colonna nel tempio barese. Ma è stato soprattutto il protettore dei bambini e la tradizione dei doni è lunghissima. Affonda le sue radici nella leggenda che è diffusa in ogni angolo dell’Europa, a prescindere dalla confessione religiosa. Nasce da un miracolo, che la tradizione attesta in varie versioni. La più celebre è quella del santo che avrebbe scoperto, e restituito alla vita, tre bambini che un oste malvagio aveva fatto a pezzi e conservato sotto sale in un barile, in modo da servirne le carni agli avventori. Pare che questa storia sia frutto di un equivoco, o quantomeno di una traduzione sbagliata da parte di un monaco medievale tedesco, Reginold, che in una Vita di San Nicola risalente al 961, abbellì così la vicenda che, altrimenti, avrebbe narrato (soltanto) l’impegno del vescovo per salvare dalla persecuzione e dall’esecuzione dioclezianea tre confratelli.
La letteratura europea si è impadronita della storia “originale”. Anatole France, tra i grandi scrittori di fine ‘800, imbastì una sorta di “seguito” all’episodio dell’osteria, amarissimo per il vescovo che, ne “Il Miracolo del Grande San Nicola” fa dei tre bambini salvati degli autentici corruttori, distruttori della fede, dell’esercito e del mondo più in generale. Il folklore, invece, ha inglobato (come sempre) tradizioni antichissime e ha “giustificato”, da un lato le strenne e i regali decembrini e dall’altro la (nuova) vita del Krampus, il mostro demoniaco dell’inverno, collegandolo proprio alle figure diaboliche dell’oste e di chi lo avrebbe ispirato sconfitti dall’ispirazione del Santo di Myra (e di Bari).
La strada per arrivare a Santa Klaus, dunque a Babbo Natale, però è lunga e tortuosa. E passa dall’America. Dove il pio professore di lingue Clement Clark Moore venne “ispirato” da un cocchiere olandese che gli raccontò come lui, da bambino, fosse omaggiato di doni da Sinterklaas, il San Nicola in lingua nederlandese. Moore, dunque, compose e recitò ai suoi nove figli una filastrocca “Twas the night before Christmas” che delinea il profilo pacioso di Babbo Natale e parla della slitta con le renne. Pubblicata, nolente l’autore, su un giornale locale, il Sentinel Troy, il 23 dicembre del 1832 divenne subito famosissima e amatissima. Al punto che negli Stati Uniti è (ancora) un autentico must del Natale, interpretato da grandi artisti tra cui Michael Bublé. Ci vorranno ancora anni, più di un secolo, prima che la Coca Cola decidesse di farne un’icona mondiale. Non se lo inventò di sana pianta ma decise di dargli una figura “stabile”. Nel 1931, infatti, l’azienda affidò al fumettista Haddon Sundblum il ruolo di disegnare Babbo Natale. Lui decise di ispirarsi alla versione grafica di Thomas Nast che, per primo, lo vestì di rosso spogliandolo degli abiti verdi del folklore nord europeo. Sundblom, secondo la leggenda urbana, pare si ispirò a se stesso per il volto di Santa Claus. E continuò a disegnarlo e a disegnarsi così fino al 1964. Contribuendo così a una trasformazione, l’ennesima, dell’immaginario collettivo. Che passò da un grande santo della tradizione europea a un’icona commerciale capace di parlare a tutto il mondo.

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