Parità di Genere: la camera approva la mozione del centrodestra e gli impegni di Azione, bocciato il testo unitario delle opposizioni
Tre giorni prima della Giornata internazionale della donna, Montecitorio ha votato sulle mozioni concernenti la Strategia nazionale per la parità di genere. Le forze di opposizione – PD, M5S, Alleanza Verdi, Sinistra e Italia Viva – avevano fatto confluire il proprio sostegno su un testo unitario a prima firma della deputata M5S Gilda Sportiello, ritirando le rispettive mozioni per presentarsi compatte su venti impegni concreti al governo. Sul piano dei risultati, però, la compattezza non è bastata.
I numeri
La mozione della coalizione di governo è passata con 152 voti favorevoli e 110 contrari. Il testo impegna l’esecutivo ad adottare un nuovo “piano strategico nazionale” per la parità di genere e a rafforzare la partecipazione femminile al mercato del lavoro – incluso l’accesso ai ruoli apicali e la conciliazione tra la vita personale e la carriera – e a proseguire nel contrasto alla violenza contro le donne.
La mozione unitaria del centrosinistra è stata respinta con 142 voti contrari e 122 favorevoli. Un esito preannunciato già nelle prime ore di ieri, quando il governo aveva proposto riformulazioni che le opposizioni avevano scelto di non accogliere, portando in votazione il documento nella sua forma originaria.
Il risultato è arrivato con gli impegni di Azione, approvati con 264 voti favorevoli e nessun contrario dopo le riformulazioni concordate con il governo. Tra questi ricordiamo: la trasmissione al Parlamento di una relazione sullo stato di attuazione della Strategia 2021-2026 e il raggiungimento degli obiettivi Pnrr di competenza dell’autorità per le pari opportunità.
Il governo divide premesse e impegni
La ministra Eugenia Roccella aveva adottato una linea ben precisa: parere contrario sull’intera parte introduttiva del testo delle opposizioni, favorevole – o con riformulazione – sui venti impegni operativi. Le riformulazioni non sono state accettate dai firmatari, che hanno preferito la “sconfitta” alla rinuncia per coerenza del documento.
Le premesse della mozione di opposizione costituivano una requisitoria contro il governo Meloni: si denunciava, infatti, il ritardo strutturale dell’Italia sull’occupazione femminile, la mancata presentazione al Parlamento della relazione annuale sull’applicazione della legge 194/78 – obbligo non adempiuto dal 2024 – e il blocco della proposta sul congedo parentale paritario.
I contenuti della discordia
Tra i contenuti più divisivi figuravano la richiesta di garantire pieno accesso alla salute riproduttiva e all’aborto farmacologico, l’introduzione obbligatoria dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole e il rifinanziamento stabile dei centri antiviolenza. Sul lavoro, le opposizioni richiamavano dati preoccupanti: le donne rappresentano appena il 42% degli occupati totali, con un tasso di attività femminile al 56% contro il 75% degli uomini, collocando così l’Italia all’ultimo posto in Europa. Le minoranze lamentavano, inoltre, l’insuccesso della proposta di legge sul consenso esplicito quale fondamento della libertà sessuale, in linea con la Convenzione di Istanbul.
Parità di genere: le dichiarazioni
Un ruolo di primo piano nella giornata lo ha avuto anche Martina Semenzato, prima firmataria della mozione di maggioranza insieme a Lancellotta, Ravetto e Marrocco. Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio e su ogni forma di violenza di genere, la deputata rappresenta sul tema, la voce istituzionale più autorevole della coalizione di governo.
L’onorevole Semenzato – che ogni giorno, in sede di commissione, lavora sui dossier della violenza di genere – con la sua firma in cima alla mozione del centrodestra riflette una continuità tra lavoro parlamentare concreto e posizione politica. La mozione che ha contribuito a costruire è quella che l’aula ha poi approvato con 152 voti favorevoli. Gilda Sportiello (M5S) aveva annunciato: “Non ci accontenteremo più delle briciole, vogliamo cambiamenti strutturali.” La deputata pentastellata aveva elencato le seguenti richieste: risorse vincolate per la Strategia nazionale, raccolta pubblica dei dati, educazione affettiva obbligatoria e finanziamenti stabili ai centri antiviolenza.
Sul fronte opposto, la deputata di FdI Maria Cristina Caretta aveva difeso l’approccio del centrodestra, definendolo capace di affrontare la parità “con realismo, senza ideologie.”
Il contesto
La Strategia nazionale per la parità di genere 2021-2026, adottata dal governo Draghi e iscritta tra le priorità del Pnrr, scade quest’anno. Il giorno precedente al voto, Unioncamere aveva comunicato alla commissione Lavoro della Camera che oltre 12.300 aziende italiane hanno ottenuto la certificazione di parità di genere, superando il target Pnrr fissato in tremila certificazioni. Un segnale che in ambito produttivo la parità stia diventando un valore riconosciuto e non solo un obbligo formale da adempiere.
Il post voto
La maggioranza ha incassato la propria mozione e trovato comunque una intesa con Azione su impegni condivisi. Le opposizioni escono sconfitte nei numeri ma restano unite nel messaggio: sulla parità non bastano le dichiarazioni di principio, servono risorse, norme e soprattutto controlli. L’aula ha votato. Ora tocca al governo far sì che gli impegni approvati si tramutino in atti concreti. Le donne italiane si aspettano questo, non le mimose.
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