Nello Stretto di Hormuz il traffico navale è già crollato del 90% ma in Europa le Borse provano il rilancio
Non solo petrolio, pure i farmaci a rischio. Le parole sono importanti. Non sarà un economista ma Nanni Moretti aveva ragione. Allora e di più oggi. Scegliere le parole, pesarle bene, in una situazione di altissima tensione come questa, è di fondamentale importanza. In Europa, e in Italia, nessuno può permettersi un’altra crisi come quella partita nel 2022. Che, peraltro, non s’era neanche lontanamente conclusa quando Donald Trump ha deciso di unirsi a Bibi Netanyahu per bombardare l’Iran, scatenando la reazione degli ayatollah che hanno chiuso lo Stretto di Hormuz spedendo missili e confetti in giro per tutto il Medio Oriente. Le parole sono importanti, dunque. Il succo di quanto riferito dalla task force comunitaria è che l’Europa ha gli stoccaggi (abbastanza) pieni e le uniche preoccupazioni che affliggono Bruxelles riguardano le (ovvie) fluttuazioni dei prezzi.
Petrolio (e poi farmaci) i nodi dopo Hormuz
Argomenti che ricalcano, in chiave continentale, quelli già branditi dal ministro alla Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin: “Noi siamo in una condizione di sicurezza sull’aspetto quantitativo del gas: abbiamo lo stoccaggio più alto d’Europa, quasi il 50%; i prelievi dal Qatar sono circa 5-6 miliardi di metri cubi all’anno e le prenotazioni di fornitura per marzo sono quasi arrivate tutte”. Al Key Energy di Rimini, Pichetto ha poi incalzato: “L’Italia può resistere anche più di altri a livello europeo perché abbiamo gli stoccaggi alti di gas; la valutazione di tipo diverso è su qual è l’effetto della crisi nello stretto di Hormuz rispetto ai prezzi, che ha riflesso sul Ttf e quanto c’è di speculazione anche sopra tutto questo”.
Il gas ad Amsterdam perde quota, salgono le Borse
Certo, hanno pesato (di più, sicuramente) le indiscrezioni sui presunti abboccamenti tra agenzie di intelligence (poi smentiti) per far sedere Iran, Usa e Israele a un tavolo di pace. Intanto ad Amsterdam ieri il prezzo del gas è sceso. Per diverse ore sotto i 50 euro. Dopo l’ennesima fiammata che aveva fatto schizzare il costo oltre i 58 euro, le quotazioni hanno ceduto il 16%, poi hanno recuperato smalto e perdite limitandole al 5,1%, stabilizzandosi attorno ai 51 euro. Il petrolio, viceversa, ha raggiunto gli 81 dollari al barile, accusando un certo calo. A questi dati incoraggianti, almeno in Europa, vanno aggiunti quelli dei mercati finanziari. Le Borse europee hanno ripreso a guadagnare. Milano sfiora il 2% (+1,95%). Bene pure Francoforte (+1,85%) e Amsterdam (+0,99%). A Londra e Parigi segnali positivi (+0,75% e +0,79%) mentre a Trump dispiacerà sapere che la Borsa di Madrid ha recuperato il 2,43%. Ci sarebbe, in teoria, di che essere ottimisti. Poi il Pentagono ha detto che la guerra non durerà meno di otto settimane. Due mesi. Che appaiono un’eternità, specialmente ai mercati.
Asia, che guaio
Che se in Europa hanno tentato una ripresa, in Asia sono oltre la depressione. L’indice Kospi, in Sud Corea, ha bruciato il 12 percento. È un messaggio chiaro: il Sud-est asiatico rischia grosso. Non è solo la Cina, che Trump punta a isolare da ogni rifornimento di materie prime energetiche. Sono anche, se non soprattutto, le altre potenze a lamentare problemi. Dal Giappone fino all’India. Ammesso, e non concesso, che le Giubbe Rosse canadesi facciano in tempo a portare soccorso (e petrolio) all’Asia assetata. La sostanziale chiusura di Hormuz è un guaio. Non regge alcuna dichiarazione né è servita la promessa di Trump di far scortare le petroliere dalla Marina degli Stati Uniti.
“Traffico in calo del 90%”
Nessuna compagnia di assicurazione vuole più vendere polizze a chi vuol mettersi in mare né gli armatori sono disposti, nemmeno per grosse cifre, a concedere noli. Il risultato è intuitivo e l’agenzia di intelligence energetica come Kpler li certifica: il traffico di petroliere è calato del 90% in tutto lo Stretto di Hormuz. Ma non è solo un problema di energia, al di là degli (ovvi) riflessi sui prezzi che l’incremento di gas e petrolio comporterebbero: a rischio potrebbero essere pure le catene dei farmaci e le case farmaceutiche. Tutta la produzione indiana (figuriamoci quella cinese) rischia di non arrivare in Europa, per diversi analisti trovare un generico diventerà un’impresa impossibile. Il pericolo sarà quello di fronte al quale ci si è ritrovati in piena pandemia Covid. Farmaci spariti. Le parole sono importanti. Ma per risolvere l’impasse non basterà inventarsi grandi discorsi. Meglio il silenzio. Il bel tacer delle armi.