Ponte Morandi, la memoria non crolla
A Genova il calendario torna a fermarsi su una data, quella del 14 agosto 2018. Sono le 11.36, Genova è quasi vuota per le ferie e un nubifragio si abbatte sulla città. Sul viadotto Polcevera, progettato da Riccardo Morandi e inaugurato nel 1967, uno strallo si rompe e la campata della pila 9 collassa: in pochi secondi vengono cancellate 43 vite. I soccorritori arrivano tra le macerie: vigili del fuoco, polizia, carabinieri, guardia di finanza. Cinque giorni dopo viene estratto l’ultimo corpo, quello di Mirko Vicini. Intorno alle pile rimaste in piedi viene istituita una zona rossa e una zona arancione. Gli sfollati saranno 566, appartenenti a 266 nuclei familiari.
Otto anni dopo, l’anniversario e la prima sentenza
Otto anni sono passati dal crollo del Ponte Morandi, otto anni da quella mattina di pioggia e vento in cui un pezzo di città precipitò insieme a 43 vite. Ma quest’anno il 14 agosto arriva con qualcosa che negli anniversari precedenti non c’era: una sentenza. Per la prima volta, dopo anni di attesa, il dolore dei familiari incontra una prima risposta della giustizia. Non è la fine della storia, ma è una tappa. Così l’ha definita Egle Possetti, presidente e portavoce del Comitato ricordo vittime del Ponte Morandi. E come ogni anno, la memoria non si ferma, non crolla, e non lo fa davanti a una sentenza.
Il programma delle commemorazioni ha preso il via già da ieri nella cornice di Palazzo Tursi, grazie alla collaborazione tra il Comune di Genova insieme al Comitato Parenti Vittime del Ponte Morandi e all’Ordine dei Giornalisti della Liguria. E oggi, invece, la città tornerà alla Radura della Memoria, in via Walter Fillak, per la cerimonia ufficiale, visto che il Memoriale è interessato dai lavori per la sistemazione definitiva dei giardini e delle aree di accoglienza.
La sentenza sul Ponte Morandi: 12 anni a Castellucci
Il luogo, quest’anno, conta forse meno di ciò che Genova porta con sé. Il 14 agosto 2026 cambia un po’ la prospettiva, perché appunto il 16 luglio, dopo quasi otto anni dal crollo e quattro anni di dibattimento, il tribunale ha pronunciato la sentenza di primo grado. Giovanni Castellucci, ex amministratore delegato di Aspi, è stato condannato a dodici anni. Condanne sono arrivate anche per altri ex vertici di Aspi e Spea.
Complessivamente erano 57 gli imputati, chiamati a rispondere a vario titolo di omicidio colposo plurimo, crollo colposo e altri reati, nell’ambito di un processo durato quattro anni, con 284 udienze e centinaia di testimoni. La Procura aveva chiesto complessivamente 400 anni di carcere, contestando, tra le altre cose, una gestione della manutenzione del viadotto ritenuta insufficiente e orientata, secondo l’accusa, al contenimento dei costi. La sentenza ha segnato una prima individuazione delle responsabilità, ma il percorso giudiziario è ancora lungo.
“Fino all’ultimo grado stiamo in campana”, ha assicurato Egle Possetti pronta per affrontare tutti i gradi di giudizio. In ogni caso, questo primo verdetto ha un peso: per i familiari significa soprattutto che, per la prima volta, un tribunale ha espresso una valutazione sulle responsabilità. Di certo una sentenza, anche definitiva, non restituirà le vittime di quella mattina, non cancellerà il dolore e non ricostruirà le famiglie spezzate. Ma può trasformare una tragedia in una lezione, se alla responsabilità giudiziaria seguirà anche una consapevolezza collettiva e il costante ritorno alla memoria, anch’essa una responsabilità.
La memoria del Ponte Morandi come responsabilità collettiva
Perché il rischio più grande è che una tragedia “scomoda” venga dimenticata, confinata alla fotografia delle macerie, all’elenco delle vittime e alla commozione dell’anniversario. Ma il processo ha raccontato una storia diversa e più complessa: una storia di decisioni, controlli, manutenzione e responsabilità, pubbliche e private, che riguarda un’infrastruttura attraversata ogni giorno da migliaia di persone e che, per questo, non appartiene solo a Genova ma a un Paese intero.
Ricordare non vuol dire solo pronunciare 43 nomi, ma conoscere ciò che è accaduto, comprenderne le responsabilità e interrogarsi su ciò che non ha funzionato, perché non accada di nuovo. Ai più giovani, i familiari delle vittime affidano soprattutto questo messaggio: informarsi, andare oltre le apparenze, non fermarsi a una sola versione dei fatti. Perché quella tragedia, come dice Possetti, “questa volta è toccata a noi”, ma potrebbe toccare qualcun altro. Otto anni dopo Genova non celebra una ferita chiusa, ma una memoria ancora viva, che però ha intrapreso la via della giustizia.
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