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Provaci ancora, Giorgetti

L'Istat spegne il sogno, il Mef perde la scommessa e il governo si ritrova senza soldi per l'ultima Manovra prima delle elezioni

di Giovanni Vasso -


Alcuni sogni svaniscono all’alba, altri attendono che il sole sia già alto nel cielo. E che l’Istat pubblichi i dati sui conti economici. No, la grande scommessa del Mef di Giancarlo Giorgetti non ha pagato. I numeri condannano l’Italia a rimanere ingabbiata, almeno fino alla prossima primavera, nei rigori del Patto di Stabilità (senza crescita). È successo perché il rapporto deficit-Pil è rimasto invariato al 3,1 per cento. Un solo decimale, quel maledetto “zero-virgola” che costringe, una volta ancora, il governo a rincorrere. Solo che, rispetto all’anno scorso quando la situazione geoeconomica internazionale sembrava in miglioramento e il termine Hormuz era confinato alle “geocuriosità” di internet, la situazione è ben peggiore.

Giorgetti, la sconfitta nei numeri della pressione fiscale

E non solo perché incombono le elezioni. Giancarlo Giorgetti mastica amaro: “Prendiamo atto, non senza rammarico, dei dati definitivi espressi dall’Istat sul rapporto deficit-pil 2025. Purtroppo – ha affermato – l’Italia non uscirà anticipatamente già quest’anno dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, come avevamo sperato, ma, coerentemente con i dati già espressi nel Dfp, questo potrà accadere nel 2027”. Gli resta, certo, l’orgoglio di aver riportato la fiducia dei mercati internazionali sull’Italia. E la parabola dei Btp ne è la dimostrazione. Gli rimane, però, la responsabilità di aver alzato, in un solo anno, la pressione fiscale dello 0,7 per cento. Il peso di tasse, imposte, gabelle e balzelli è da Paese scandinavo: siamo al 42,9%. E no, i servizi non hanno di certo migliorato nell’ultimo anno le loro performance. Da un governo di centrodestra non ci si attende che alzi la pressione fiscale, per di più nel Paese coi salari tra i più bassi del mondo occidentale. Semmai che punti sulla crescita per far aumentare il Pil (e nel 2025 lo sviluppo è stato dello 0,6%) e tramite questa “pagare” i conti. Sarà, sicuramente, uno dei grandi temi della campagna elettorale. Quando arriverà. Intanto, però, bisogna affrontare la realtà.

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Salvini bussa a soldi e chiede lo scostamento

Il vicepremier Matteo Salvini già bussa a soldi e chiede, imperiosamente, lo scostamento di bilancio. “A me – ha tuonato – dello zero virgola in più, o in meno, interessa zero”. Peccato, però, che a Bruxelles non la pensino così. Ma il karma, che sa fin troppo bene quel che fa, colpisce pure la Ue. Sarà (molto) più difficile adesso aumentare la spesa per la Difesa in Italia. In questo preciso momento storico, rischia di trasformarsi in un vero e proprio lusso investire in armamenti come vorrebbero Ursula e soci dato che le famiglie non ce la fanno e le imprese rischiano grosso. C’è ancora la clausola di salvaguardia per l’energia e il Mef dovrà farsela bastare.

Urso è ottimista, Confindustria meno

Il ministro alle Imprese Adolfo Urso, però, suona la fanfara dell’ottimismo: “Non è lo 0,1% che può fermare l’Italia, né la volontà di questo governo di realizzare una manovra economica che dia impulso ulteriore al sistema produttivo e sociale del nostro Paese, che sta sorprendendo tutti per le capacità di resistenza”. Sarà, ma la coperta con cui dovrà fare i conti il governo sarà (ancora più) corta. Mentre sempre più lungo si fa l’elenco delle richieste da parte degli stakeholders istituzionali. Dal Libro Verde della Cisl fino l’annunciato decalogo di Confindustria. I temi sono tanti, i soldi sono pochi. Lo scenario, se vogliamo, non è dei più rosei. Già, perché proprio da viale dell’Astronomia arrivano le previsioni economiche per il 2026. C’è la crescita, assicurano gli industriali che la stimano allo 0,8%, ma entro la fine dell’anno ci sarà pure l’inevitabile rallentamento. Le nubi all’orizzonte sono minacciose: Hormuz resta chiuso, salgono i prezzi di petrolio e gas portando su l’inflazione, le banche centrali alzano i tassi di interesse. E, giusto per non farsi mancare nulla, la spinta del Pnrr sarà conclusa (già) dal terzo trimestre di quest’anno. Avremo pure i conti in ordine ma intanto rischiamo grosso.

Ma Bruxelles non farà sconti a nessuno

E nessuno s’illuda, come ha fatto Giorgetti con il deficit-Pil. A Bruxelles hanno già mandato avanti il Fiscal Board per farci sapere, a noi e ai francesi, che la Commissione ha già abusato fin troppo della flessibilità e che se continua a non essere inflessibile come dovrebbe tutta la normativa sul Patto di Stabilità rischia di perdere di credibilità. Ammesso, e non concesso, che ne abbia mai avuta. La richiesta dell’organismo è stata chiara. Basta interpretazioni, basta carezze. Solo bastone. Il sogno è svanito, ora restano i cocci.


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