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Esteri

La minaccia permanente Israele rilancia la guerra su tutti i fronti. E Gaza resta senza via d’uscita

L'attacco di Netanyahu al sindaco di New York

di Ernesto Ferrante -


Le nuove dichiarazioni del ministro della Difesa israeliano Israel Katz e l’ultimo video diffuso da Benjamin Netanyahu alla vigilia della partenza per New York compongono un quadro nitido. Israele continua ad agire oltre ogni limite, forte della copertura politica degli Stati Uniti e dell’irrilevanza dell’Unione Europea, incapace di esercitare qualsiasi pressione reale. La regione è sospesa in una tensione permanente, mentre Gaza sprofonda e la ricostruzione resta un miraggio.

Il muro di Katz

Katz ha ribadito che Israele non si ritirerà dalla Linea Gialla né ridispiegherà le proprie forze finché Hamas non sarà “rimossa” e la Striscia completamente “smilitarizzata”. Una condizione irraggiungibile, utile però a congelare ogni processo politico e a mantenere Gaza in uno stato di devastazione amministrata. Il Board of Peace, creato per dare un volto istituzionale alla ripartenza, si è rivelato un ornamento costoso. Non garantisce corridoi umanitari, non tutela i civili, non frena le demolizioni. È la certificazione dell’assenza di un progetto reale.

Durante una cerimonia commemorativa, Katz ha evocato apertamente la possibilità di un terzo round di combattimenti con l’Iran, “finché il regime del terrore non sarà rovesciato”. Ha poi rivelato “informazioni di intelligence” su presunti piani di Hamas per nuovi rapimenti, minacciando di radere al suolo Gaza City e di evacuare “l’intero milione di abitanti verso sud”. Una retorica di punizione collettiva che non trova ostacoli né a Washington né a Bruxelles.

La contesa con la Turchia in Siria

Lo sconfinamento israeliano nel sud della Siria, con pattuglie che perquisiscono abitazioni vicino a una sede delle Nazioni Unite, è un ulteriore segnale di escalation. Non è solo un episodio tattico. Si tratta di una provocazione diretta alla Turchia, attore centrale nelle dinamiche siriane. Due settimane fa il presidente Erdogan ha accusato Israele di “portare la regione sull’orlo del disastro”, di sabotare l’accordo di Islamabad e di avere una “mentalità radicale” che percepisce come minaccia perfino “la minima possibilità di pace”. Il rischio di un confronto militare non è più remoto.

Intanto la Striscia continua a pagare il prezzo più alto. Cinque persone uccise e venticinque ferite nelle ultime 24 ore. Il bilancio complessivo, secondo il ministero della Salute di Gaza, è di 73.914 palestinesi morti e 174.952 feriti dall’inizio del conflitto. Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco l’11 ottobre 2025, si contano 1.394 vittime, 4.839 feriti e 834 corpi recuperati. Numeri che descrivono una devastazione sistematica.

Il caso del soldato israeliano in Toscana

Sul fronte giudiziario, la denuncia presentata in Italia dalla Hind Rajab Foundation contro il soldato israeliano Yonatan Chalich, accusato di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e atti di genocidio, apre un capitolo delicato. Chalich, in vacanza in Toscana, è collegato a operazioni contro l’ospedale Al-Shifa, all’incendio della moschea Haj Hamdi Harzallah e alla distruzione di Piazza Palestina. Episodi documentati, che chiamano in causa la catena di comando israeliana. Eppure, ancora una volta, il governo italiano mantiene la consueta “timidezza”. Nessuna condanna politica delle violenze commesse dagli israeliani. Solo parole, mai atti.

L’arroganza di Netanyahu

A completare il quadro arriva il video diffuso da Netanyahu su X, rivolto al sindaco di New York Zohran Mamdani, che nei mesi scorsi aveva dichiarato di voler far arrestare il premier israeliano citando il mandato della Corte penale internazionale. “Vengo all’Onu per combattere per la verità sui nostri eroici soldati e svelare la verità su di te”, ha detto Netanyahu, accusando Mamdani di sostenere “il mostro terroristico di Hamas” e di incitare “rivolte contro gli ebrei di New York”. Parole che confermano la volontà del premier di trasformare ogni critica in un attacco personale, evitando accuratamente di rispondere alle accuse di violazioni dei diritti umani e di uso indiscriminato della forza.


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