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Storie

Quando il tuo lui ti lascia sola sulla vetta: il fenomeno del “divorzio alpino”

di Priscilla Rucco -


I fatti

Era la notte tra il 18 e il 19 gennaio 2025, quando Kerstin Gurtner, 33 anni, perse la vita sul Grossglockner, la vetta più alta d’Austria. Era in cordata con il fidanzato Thomas Plamberger, alpinista esperto di 36 anni. A pochi metri dalla cima, la donna era esausta. Lui proseguì. Non la coprì con il telo termico che aveva nello zaino, rifiutò l’intervento dell’elicottero di soccorso. Il corpo di Kerstin viene trovato la mattina seguente.

Il 19 febbraio 2026, il Tribunale di Innsbruck ha condannato Plamberger per omicidio colposo aggravato a cinque mesi con pena sospesa e una multa di 9.600 euro. Il giudice Norbert Hofer, alpinista egli stesso, fu netto nel motivare la sentenza: il livello di esperienza dei due era incomparabile, e l’uomo avrebbe dovuto riconoscerlo e tornare indietro.

Durante il processo emerse un dettaglio inequivocabile: nel 2023, una precedente compagna dell’imputato, Andrea B., era stata abbandonata dallo stesso uomo sullo stesso Grossglockner, al buio, con la frontale scarica.

Il nome di un fenomeno antico

Divorzio alpino”, o nella forma originale inglese “alpine divorce”, è l’espressione con cui si descrive l’abbandono del partner durante un’escursione o una scalata in montagna. Il termine ha radici letterarie risalenti alla fine dell’Ottocento, quando lo scrittore scozzese-canadese Robert Barr pubblicò un racconto omonimo in cui un marito tentava deliberatamente di provocare la morte della moglie durante una gita in quota. La metafora letteraria si è nel tempo trasformata in una categoria riconoscibile di comportamento reale.

Il copione che emerge dalle testimonianze raccolte sui social è quasi sempre il medesimo: la coppia parte insieme per un’escursione, i ritmi divergono inevitabilmente, cresce la fatica e la tensione, nasce un litigio o semplicemente l’impazienza. A un certo punto, lei viene lasciata sola, spesso senza conoscere il percorso, senza segnale telefonico, a volte senza acqua o priva di una attrezzatura adeguata.

La valanga di testimonianze

Il caso austriaco ha innescato una reazione a catena sui social. Su TikTok, un video di una ragazza in lacrime bloccata su una formazione rocciosa ha superato i 4,2 milioni di like. Da quel momento, migliaia di donne di Paesi diversi hanno raccontato esperienze molto simili tra loro.

C’è chi ha vagato per dodici ore nel Grand Canyon, soccorsa da un turista sconosciuto. Chi si è smarrita nei boschi e al rientro ha definitivamente interrotto ogni contatto con l’uomo che l’aveva lasciata indietro. In molte hanno vissuto l’abbandono come il momento rivelatore di una relazione tossica già in atto.

Naomi, educatrice americana e fondatrice della Wine Hiking Society – comunità di sole escursioniste – ha descritto il fenomeno come “un’altra versione del MeToo”. Non tutte però condividono questa interpretazione: la scrittrice ed esploratrice Blair Braverman ha sottolineato come attribuire sistematicamente alle donne il ruolo di parte vulnerabile rischi di alimentare uno stereotipo che non rende loro giustizia.

Responsabilità giuridica e etica alpinistica

Al di là dell’inevitabile dibattito culturale scaturito, il piano giuridico è ben più definito. In Italia, chi accompagna una persona meno esperta in montagna assume una posizione di garanzia, vale a dire un obbligo legale di tutelare l’incolumità di chi si è affidato a lui. Questa responsabilità esiste indipendentemente dal tipo di relazione che lega le persone.

La tradizione alpinistica, del resto, ha sempre posto la sicurezza collettiva al centro: chi va in montagna con un’altra persona non può “semplicemente” staccarsi, ignorando le condizioni di chi resta indietro.

Il dibattito inevitabile scaturito da questo fenomeno pone una questione ben più grave: quanto delle dinamiche relazionali quotidiane si trasferisce, amplificato, in contesti di rischio? L’ambiente montano, con la sua asperità e il suo isolamento, sembra rendere visibili squilibri di potere che altrove restano sommersi.

Non è solo impazienza

Gli esperti di dinamiche relazionali avvertono che ridurre il tutto a semplice impazienza maschile sarebbe fuorviante. La terapeuta Doriel Jacov ha osservato come certi modelli di comportamento affondino le radici in una concezione della mascolinità che premia forza, indipendenza e distacco emotivo, spesso a scapito dell’attenzione e della cura verso l’altro.

In alcuni dei casi raccontati, l’abbandono in montagna non è stato un episodio isolato, ma il culmine di una serie di comportamenti sminuenti già presenti prima nella relazione – tossica.

La montagna, conclude chi studia il fenomeno, non crea nuovi comportamenti: li porta semplicemente in superficie.


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