Ci risiamo: coi venti di guerra e le navi americane in arrivo (Trump dixit), i pasdaran tornano a minacciare la chiusura dello stretto di Hormuz. Stavolta, però, alle parole seguiranno (forse) i fatti. Poiché Teheran ha annunciato che, nel fine settimana, anzi tra domenica e lunedì, si terranno delle esercitazioni militari in quel braccio di mare da cui, ogni anno, transita circa il 20 per cento del commercio globale di petrolio e il 10% del gnl.
Perché lo Stretto di Hormuz è strategico
Ripetiamoci perché è così strategico. Si tratta di un braccio di mare che, separando i territori di Iran e Oman, collega direttamente il Golfo Persico all’Oceano Indiano. In pratica, è l’autostrada logistica per i commerci tra l’Asia e l’Europa passando, ovviamente, per il Medio Oriente. Commerci, va da sé, che sono fortemente sbilanciati sulle materie prime energetiche. Insomma, petrolio e gas. Ogni giorno, almeno 20 milioni di barili di greggio. Due milioni dei quali prodotti (e raffinati) proprio dall’Iran. Poi tutto il resto. Che non è poco. Ma Hormuz è un collo di bottiglia. Una sorta di Termopili sul mare, se preferite. Nel punto più stretto, infatti, è ampio soli 33 chilometri. Pattugliati, va da sé, da una pletora di navi. Mercantili e (pure) militari. Tutti hanno interesse a garantirsi un passaggio. Sicuro e spedito. E basterebbe poco, o nulla, a ostacolare i traffici e a mandare a ramengo i commerci internazionali. Con delle ripercussioni che si fanno sentire già ora: il barile di greggio aumenta di prezzo (in apertura ha superato in scioltezza i 64 dollari, in giornata ha sfiorato i 70).
Lo scenario in Asia
Notizie, queste, che alla Casa Bianca non vengono accolte poi con chissà quanto dispiacere. Un po’, perché le petroliere che dal Medio Oriente raggiungono gli States sono davvero pochine (le stime parlano del 7% delle importazioni di petrolio e del 2% di gnl). Un altro po’ perché, col blitz nei mesi scorsi in Venezuela, Washington s’è assicurato (a basso prezzo) l’oro nero del Sudamerica. Togliendolo alla Cina. Che, va da sé, sarebbe ferocemente colpita (insieme all’Europa) dalla chiusura di Hormuz. Pechino, a differenza dell’America, non è energeticamente autosufficiente come ha riferito il report Intesa Sp-Srm. Rimane fuori il 24% del suo fabbisogno. E perciò ha un’esposizione imponente rispetto alle forniture energetiche dal Medio Oriente che, nel complesso, resta tra i suoi primissimi fornitori. Certo, il Dragone ha diversificato ma, allo stato attuale, le forniture dalla Russia (a cui avrebbe formalmente rinunciato per evitare ulteriori crisi tariffarie con gli States) non possono certo compensare l’eventuale assenza di rifornimenti. Stessa cosa per l’India.
L’Europa rischia di restare al freddo
Non parliamo, poi, dell’Europa. Che, secondo i numeri, è ancora sguarnita ed è costretta a importare il 56,9% del suo fabbisogno energetico. In caso di blocco, sarebbero a rischio le forniture di gnl dalla Penisola arabica. E, considerando la chiusura dei rubinetti dalla Russia, saremmo tutti al freddo. Già, perché il rischio non sarà quello di dover pagare carissime le materie prime energetiche ma di non averne proprio a disposizione. A quel punto, per gli americani, sarà un gioco da ragazzi venire a salvarci con il loro petrolio (venezuelano) comprato quando le quotazioni erano a terra e rivenduto a noi a prezzi più alti. È tutta una questione di business. Anche la guerra, soprattutto la guerra. Ed è (forse) anche per questo se, nonostante le minacce, lo Stretto di Hormuz non è mai stato davvero chiuso. Costerebbe troppo. Innanzitutto all’Iran. E, forse, per l’America potrebbe rivelarsi quasi un affare.