Quel pm garantista piace pure al Cav

Da Nordio il garantista a Giorgetti il sornione, dal silenzioso Piantedosi al diplomatico Tajani, passando per l’astuto Calderoli e l’affidabile Crosetto, finendo con lo sconosciuto, ai più, Schillaci. Peraltro luminare di vaglia internazionale.

Tutti i nodi, alcuni divenuti gordiani dopo le improvvide esternazioni “rubate” di Silvio Berlusconi, sono venuti al pettine del presidente Sergio Mattarella, ieri pomeriggio dopo avere voluto precise garanzie da Giorgia Meloni e in mattinata dal Cavaliere, che è uscito per ultimo dal suo studio, sulla collocazione internazionale dell’Italia.

Uno tra i garbugli più difficili da sciogliere è stato quello della giustizia, nel derby tra i due veneti, i più veci ministri del Meloni 1, il 75enne Carlo Nordio e la 76enne Maria Elisabetta Alberti Casellati, protagonisti del braccio di ferro.

La premier ha tenuto il punto non cedendo al tycoon televisivo, che invece voleva la fedelissima Casellati in via Arenula, che ha ottenuto il ministero delle Riforme Istituzionali. Alla fine, dopo il “colloquio” dell’altro giorno, se l’è fatto piacere anche il leader azzurro. Non aveva alternative. Certi che comunque lo scontro cova sotto la cenere. “O cambiamo la Costituzione o il codice di procedura penale” è il verbo di Nordio, il pm in pensione “liberale-radicale”, come si definisce, fiero di avere in tasca un’unica tessera, quella dell’associazione Luca Coscioni. Ripete che l’innovazione costituzionale più importante è quella della giustizia penale. Vorrebbe intervenire sull’obbligatorietà dell’azione inquirente, la separazione delle carriere dei magistrati e introdurre la distinzione tra giudice del fatto e giudice del diritto. Tanta roba. Anche se è conscio che il Guardasigilli “conta pochissimo nel percorso riformatore, perché è decisivo il Parlamento: tanti ministri si sono scontrati col muro delle Camere”.

Di sicuro vuole accelerare sulle riforme intraprese da Marta Cartabia (“si è mossa nella direzione giusta”) per portare a baita tutti i fondi europei del Pnrr.

A proposito dei soldi di Bruxelles, Giancarlo Giorgetti avrà un ruolo centrale nel garantire la continuità sui conti pubblici. Ieri mattina il predecessore Daniele Franco ha sottolineato la validità della sua scelta. Il debito pubblico è il sorvegliato.

L’economia nazionale è dinamica, il Pil a fine anno toccherà il +3,3% (ma non è escluso che vada meglio), e la crescita del prossimo anno dipenderà dalla crisi energetica. L’attenuazione del caro bollette, ecco il nodo principale, è la prima risposta che gli italiani si attendono dal governo destra-centro.

Dopo lo scivolone di Berlusconi a favore di Putin e contro Zelensky, c’era chi ipotizzava addirittura un passo indietro di Antonio Tajani dalla Farnesina in uno scambio con Guido Crosetto – ecco il terzo nodo -, ma la sua fede europeista e atlantista non è mai stata in discussione, e i suoi buoni rapporti con Ursula von der Leyen sono la garanzia dell’allineamento italiano. Come del resto giurato fin dal primo istante dalla neopremier. Così Crosetto approda alla Difesa, altro ministero chiave per i rapporti internazionali dopo l’aggressione russa all’ Ucraina.

Matteo Piantedosi, invece, nella prima fase della costruzione della lista ministeriale è stato in ballottaggio con Matteo Salvini, il leader leghista appannato dalla batosta elettorale. Anche in questo caso è stata Meloni a recidere il nodo (“a Matté, ascoltami, non è il caso, hai pure un processo”), perché non voleva ritrovarsi con le quotidiane esternazioni del collega in un ministero strategico come gli Interni e l’ha incasellato alle Infrastrutture.

Un ritorno al passato è quello del leghista Roberto Calderoli già ministro degli Affari regionali nei governi II e IV Berlusconi, che avrà da gestire la patata bollente dell’Autonomia.

Al varco lo sta attendendo l’agguerrito compagno di partito, Luca Zaia, governatore del Veneto. Ieri a quasi cinque anni dal referendum, con il quale milioni di veneti e lombardi hanno reclamato il federalismo, il doge ha detto “che il ministro entrante ha già un sacco di lavoro fatto: autonomia per le 23 materie o si cambi la Costituzione”. Ha detto che la metterà giù dura. Vedremo. Certo che se neanche il governo Meloni completasse la riforma dello Stato in senso autonomista – per Zaia “la più grande riforma del Dopoguerra” – per la Lega già in difficoltà, come certificato dalle elezioni, sarebbe un fallimento dal quale difficilmente potrebbe riprendersi. Ecco perché il Nordest chiede il colpo di reni per quel federalismo che afferma gioverebbe anche al Sud.

E a proposito di colpo di reni, perfetto è stato quello di Orazio Schillaci, rettore di Tor Vergata, nuovo ministro della Salute, uscito quasi all’ultimo. Il suo è un impegno insidioso, soprattutto se il Covid tornasse a rialzarsi.

Da Nordio il garantista a Giorgetti il sornione, dal silenzioso Piantedosi al diplomatico Tajani, passando per l’astuto Calderoli e l’affidabile Crosetto, finendo con lo sconosciuto, ai più, Schillaci. Peraltro luminare di vaglia internazionale.

Tutti i nodi, alcuni divenuti gordiani dopo le improvvide esternazioni “rubate” di Silvio Berlusconi, sono venuti al pettine del presidente Sergio Mattarella, ieri pomeriggio dopo avere voluto precise garanzie da Giorgia Meloni e in mattinata dal Cavaliere, che è uscito per ultimo dal suo studio, sulla collocazione internazionale dell’Italia.

Uno tra i garbugli più difficili da sciogliere è stato quello della giustizia, nel derby tra i due veneti, i più veci ministri del Meloni 1, il 75enne Carlo Nordio e la 76enne Maria Elisabetta Alberti Casellati, protagonisti del braccio di ferro.

La premier ha tenuto il punto non cedendo al tycoon televisivo, che invece voleva la fedelissima Casellati in via Arenula, che ha ottenuto il ministero delle Riforme Istituzionali. Alla fine, dopo il “colloquio” dell’altro giorno, se l’è fatto piacere anche il leader azzurro. Non aveva alternative. Certi che comunque lo scontro cova sotto la cenere. “O cambiamo la Costituzione o il codice di procedura penale” è il verbo di Nordio, il pm in pensione “liberale-radicale”, come si definisce, fiero di avere in tasca un’unica tessera, quella dell’associazione Luca Coscioni. Ripete che l’innovazione costituzionale più importante è quella della giustizia penale. Vorrebbe intervenire sull’obbligatorietà dell’azione inquirente, la separazione delle carriere dei magistrati e introdurre la distinzione tra giudice del fatto e giudice del diritto. Tanta roba. Anche se è conscio che il Guardasigilli “conta pochissimo nel percorso riformatore, perché è decisivo il Parlamento: tanti ministri si sono scontrati col muro delle Camere”.

Di sicuro vuole accelerare sulle riforme intraprese da Marta Cartabia (“si è mossa nella direzione giusta”) per portare a baita tutti i fondi europei del Pnrr.

A proposito dei soldi di Bruxelles, Giancarlo Giorgetti avrà un ruolo centrale nel garantire la continuità sui conti pubblici. Ieri mattina il predecessore Daniele Franco ha sottolineato la validità della sua scelta. Il debito pubblico è il sorvegliato.

L’economia nazionale è dinamica, il Pil a fine anno toccherà il +3,3% (ma non è escluso che vada meglio), e la crescita del prossimo anno dipenderà dalla crisi energetica. L’attenuazione del caro bollette, ecco il nodo principale, è la prima risposta che gli italiani si attendono dal governo destra-centro.

Dopo lo scivolone di Berlusconi a favore di Putin e contro Zelensky, c’era chi ipotizzava addirittura un passo indietro di Antonio Tajani dalla Farnesina in uno scambio con Guido Crosetto – ecco il terzo nodo -, ma la sua fede europeista e atlantista non è mai stata in discussione, e i suoi buoni rapporti con Ursula von der Leyen sono la garanzia dell’allineamento italiano. Come del resto giurato fin dal primo istante dalla neopremier. Così Crosetto approda alla Difesa, altro ministero chiave per i rapporti internazionali dopo l’aggressione russa all’ Ucraina.

Matteo Piantedosi, invece, nella prima fase della costruzione della lista ministeriale è stato in ballottaggio con Matteo Salvini, il leader leghista appannato dalla batosta elettorale. Anche in questo caso è stata Meloni a recidere il nodo (“a Matté, ascoltami, non è il caso, hai pure un processo”), perché non voleva ritrovarsi con le quotidiane esternazioni del collega in un ministero strategico come gli Interni e l’ha incasellato alle Infrastrutture.

Un ritorno al passato è quello del leghista Roberto Calderoli già ministro degli Affari regionali nei governi II e IV Berlusconi, che avrà da gestire la patata bollente dell’Autonomia.

Al varco lo sta attendendo l’agguerrito compagno di partito, Luca Zaia, governatore del Veneto. Ieri a quasi cinque anni dal referendum, con il quale milioni di veneti e lombardi hanno reclamato il federalismo, il doge ha detto “che il ministro entrante ha già un sacco di lavoro fatto: autonomia per le 23 materie o si cambi la Costituzione”. Ha detto che la metterà giù dura. Vedremo. Certo che se neanche il governo Meloni completasse la riforma dello Stato in senso autonomista – per Zaia “la più grande riforma del Dopoguerra” – per la Lega già in difficoltà, come certificato dalle elezioni, sarebbe un fallimento dal quale difficilmente potrebbe riprendersi. Ecco perché il Nordest chiede il colpo di reni per quel federalismo che afferma gioverebbe anche al Sud.

E a proposito di colpo di reni, perfetto è stato quello di Orazio Schillaci, rettore di Tor Vergata, nuovo ministro della Salute, uscito quasi all’ultimo. Il suo è un impegno insidioso, soprattutto se il Covid tornasse a rialzarsi.

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli