Qui Bruxelles… Il voto estero cambia rotta: ma con Belgio e Bruxelles gli italiani nel mondo vanno a due velocità
C’è un’Italia che vota fuori dai confini nazionali e che, proprio per questo, spesso vede prima i cambiamenti. Il referendum costituzionale del 2026 lo conferma: mentre in Italia ha prevalso il NO con il 53,75%, all’estero si è affermato il SÌ con il 56,34%. Una frattura netta, che racconta due sensibilità diverse.
Ma è entrando nel dettaglio europeo che il quadro si fa più interessante.
Perché se è vero che l’Europa resta orientata verso il NO, è altrettanto vero che questo vantaggio si riduce sensibilmente rispetto al passato. E soprattutto: all’interno di uno stesso Paese, come il Belgio, emergono dinamiche che meritano di essere lette con attenzione. Ne parliamo con Antonio Cenini (nella foto), presidente del Circolo Esperia, think tank europeista legato al PPE.
Partiamo dal dato generale: quanto pesa la vittoria del SÌ all’estero?
Pesa molto. Parliamo di oltre 1,5 milioni di votanti e di una maggioranza chiara, il 56,34%. È un dato che rompe una tradizione consolidata, perché storicamente il voto estero è stato più favorevole alla sinistra. Questo risultato indica che una parte significativa degli italiani nel mondo sta cambiando orientamento.
Il confronto con il 2016 rafforza questa lettura?
Assolutamente sì. Nel 2016 il centrosinistra all’estero aveva vinto con il 64,7%, mentre oggi si trova in una posizione opposta. In termini assoluti, parliamo di uno spostamento di oltre 500 mila voti. Non è una fluttuazione occasionale: è un segnale strutturale. Senza avanzare pretese di scientificità statistica, vale la pena comparare i risultati dei due referendum costituzionali che, pur nelle differenze, presentano tra loro diverse analogie: il referendum di Renzi del 2016 e quello sulla giustizia del 2026.
Entrambe le consultazioni referendarie, infatti, avevano in comune il fatto cruciale di essere fortemente identificate con la persona dei due Primi Ministri in carica che le avevano promosse, rispettivamente Matteo Renzi (sinistra) e Giorgia Meloni (destra), tanto da essere trasformate dagli oppositori in un potenziale voto di sfiducia contro i Premier in carica, al di là del merito dei quesiti referendari. Inoltre, entrambe le consultazioni hanno riscontrato un livello di affluenza insolitamente elevato per l’estero, pur in mancanza del requisito del quorum.
Eppure, in Europa il NO resta avanti…
Sì, con il 56,24% contro il 43,76% del SÌ. Ma anche qui bisogna leggere il dato in prospettiva. Dieci anni fa il vantaggio era molto più ampio. Oggi si è più che dimezzato. Questo significa che anche in Europa il consenso tradizionale della sinistra si sta erodendo.
Entriamo nel caso Belgio: cosa ci dicono i numeri?
Il Belgio è un esempio molto chiaro di questa fase di transizione. Qui il NO vince con il 61,35%, quindi ben oltre la media europea. È un dato che conferma la persistenza di un orientamento tradizionale, legato anche alla storia dell’emigrazione italiana e alle reti associative consolidate.
E Bruxelles? Possiamo dire che segue lo stesso schema?
Bisogna essere molto rigorosi: non disponiamo di dati ufficiali disaggregati per città; quindi, non possiamo attribuire percentuali precise a Bruxelles. Tuttavia, la capitale presenta caratteristiche molto diverse dal resto del Belgio.
La comunità italiana a Bruxelles è più recente, più qualificata, spesso inserita nelle istituzioni europee o in contesti internazionali. Questo produce un comportamento elettorale in parte meno ideologico e più mobile che nel resto del paese. In altre parole: se il Belgio rappresenta ancora una certa continuità, Bruxelles potrebbe diventare un laboratorio di cambiamento.
Quindi possiamo dire che esistono due Italie anche dentro il Belgio?
In un certo senso potremmo averne l’impressione. Da un lato c’è un elettorato più tradizionale, dall’altro uno più dinamico e internazionale. Questa differenza non è ancora misurabile con precisione statistica, ma è evidente sul piano qualitativo.
Quanto incide l’esperienza di vita all’estero su queste scelte?
Incide moltissimo. Chi vive fuori dall’Italia confronta ogni giorno sistemi diversi, amministrazioni diverse, modelli diversi. Questo porta a un voto più pragmatico. A Bruxelles questo è ancora più evidente: qui si vota meno per appartenenza e più per valutazione concreta delle politiche.
Possiamo parlare di un segnale politico destinato a durare?
È presto per dirlo con certezza, ma i numeri indicano una tendenza. Il fatto che il centrosinistra perda terreno anche nei suoi storici bacini elettorali all’estero è un campanello d’allarme. Le prossime elezioni dei Comites e le politiche del 2027 ci diranno se si tratta di un cambiamento strutturale.
In conclusione: qual è il messaggio che arriva da Bruxelles?
Che l’Italia all’estero sta cambiando, ma non ovunque allo stesso modo. Il Belgio racconta la continuità di un modello, mentre Bruxelles, grazie anche all’affermarsi di un europeismo di matrice PPE e non solo di sinistra, Esperia ne è un esempio, lascia intravedere un’evoluzione. Capire questa differenza è fondamentale per interpretare il futuro politico del Paese.
Da Bruxelles, per questa settimana, è tutto. “Qui Bruxelles…”, appunto.
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