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Economia

Reform Ue

Il mondo cambia, la guerra brucia i risparmi: Bruxelles volti pagina, ce lo chiede l'Europa (quella vera)

di Giovanni Vasso -


L’Ue deve fare le riforme: glielo chiede l’Europa. No, non si tratta di rinfacciare a Bruxelles il refrain che ha brandito, negli anni, come una clava chiedendo a ogni singolo Paese membro (in particolare all’Italia, ricordate?) di cambiare, liberalizzare, stravolgere. In nome di un modello, quello della globalizzazione, che ha aperto una competizione al ribasso e che ha finito letteralmente per stritolare la produzione e le economie del Vecchio Continente. L’Ue deve fare un sacco di riforme. E subito, glielo chiede l’Europa. E stavolta la chiamata è di quelle che, fuor di retorica, possono davvero dirsi storiche: adesso o mai più.

L’Ue deve fare le riforme: ce lo chiede l’Europa

Il voto in Germania, il trionfo di AfD in Sassonia-Anhalt, ha scatenato la solita sequela di commenti che, però, sembrano un po’ troppo superficiali. Anche da parte di voci autorevoli e importanti. Bollare l’ondata montante delle destre continentali come un ritorno al fascismo è mettere la testa sotto la sabbia. L’antifascismo è il richiamo della foresta che induce gli elettori a convergere, ancora e ancora, sulle forze dell’arco costituzionale. È un richiamo potente, altroché. Ma, come diceva Bertold Brecht (che di certo non era fascista), viene prima lo stomaco e poi il resto. L’Ue deve capire che ai cittadini del Patto di Stabilità e Crescita interessa ben poco. Specialmente se, mentre si negano gli investimenti nel sociale e nelle scuole, si consegnano all’Ucraina (altri) 3,5 miliardi di euro per comprare i missili Patriot. Non si possono bollare milioni di elettori come disfattisti, non si possono scomunicare milioni di cittadini europei come fascisti. Più si fa così, mostrando di non avere intenzione di ascoltare le doglianze delle famiglie e delle imprese, più si rafforza il voto di protesta che premia le destre. Ieri in Germania, domani in Francia con Marine Le Pen e chissà che potrà accadere a Spagna dopo Ceuta per Vox o in Inghilterra con Farage.

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I temi economici al top nelle preoccupazioni dei cittadini

Le istanze dell’elettorato sono chiare. E sono le stesse, in Europa come in Italia. Un sondaggio OnlyNumbers presentato ieri da Confartigianato le mette in fila una per una. Tra i macrotemi c’è al primo posto l’economia (40,5%) e poi segue la sicurezza (26,5%). Due argomenti su cui le destre, in tutto il Continente, propongono ricette forti e immediatamente riconoscibili. C’è poi la guerra, che preoccupa il 15,7% degli elettori, e il lavoro (14,2%). Questioni, chiaramente, che si concatenano l’una all’altra e che si innestano sulle due principali. La destra, anzi le destre, rispondono “rompendo” gli schemi paludati. E c’è poco da far richiami all’internazionale fascista se chi vive nelle borgate italiane, nelle banlieu francesi, nei Plattenbauten della Germania orientale, non riesce più a far quadrare i conti. Anche perché di “internazionale” c’è ben poco.

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La promessa infranta, il modello finito

AfD, sui temi economici, è ultraliberista. La Le Pen, invece, è statalista. Tutti, però, parlano a quella popolazione d’Europa che è nata e cresciuta con la promessa che le cose sarebbero andate, a loro, sarebbero andate meglio che ai loro padri. E che sarebbero state ancora migliori per i figli. Oggi, però, la situazione è tanto complicata che di figli non se ne fanno nemmeno. Non sia mai che tocchi a loro dover prendere due lauree solo per poter ambire a un posto da commesso nel grande magazzino di qualche catena di fast fashion.Ce lo siamo detti e va ripetuto. Abbiamo passato anni a perseguire progetti irrealistici senza badare ai fondamentali. Il sogno di diventare il Paradiso green delle Lisa Simpson di tutto il globo a spese degli altri, sperando che non ci chiedessero mai il conto, s’è infranto. La Cina non vuole più commerciare alle nostre condizioni, l’America pretende di portarsi a casa la nostra industria (o almeno quella che non ha già delocalizzato in Asia), dalla Russia non possiamo più comprare (ufficialmente da 1° gennaio del 2027) nemmeno una stilla di gas. Ma non è solo il green il problema. Questa, semmai, è la punta più evidente dell’iceberg.

L’Ue è la peggiore nemica di se stessa

C’è che l’Unione, quella vera, non è stata fatta. Né quella dei capitali, né quella dei mercati. Ci sono quasi più dazi tra Paesi europei che verso gli Stati stranieri, a cominciare dagli Usa. Altro che onda nera, i veri “sovranisti” andrebbero ricercati proprio tra chi ha fatto (e continua a farlo) ostruzione a una vera Unione che faccia dell’Europa, se non una potenza, almeno un attore in grado di stare sullo scacchiere mondiale. Draghi, da anni, si sgola invano. Sarà fascista pure lui e tutto il suo gruppo del Reno?
Ma l’Ue è ferma, immobile. Il mondo si muove, cambia, si infiamma. Lo Stato è tornato protagonista dell’economia. L’Opas di Poste (che è società a partecipazione pubblica) su Tim chiude, soprattutto simbolicamente, una stagione che è finita. Quelle delle privatizzazioni sfrenate, del dio mercato, del “ce lo chiede l’Europa”. C’è un interesse strategico a difendere le autonomie nazionali (dal momento che quelle continentali, Bruxelles, non riesce nemmeno a comprendere fino in fondo) e che le destre danno assicurazione di voler perseguire. E per gli elettori non è poco dal momento che s’è capito che non è proprio un affare dipendere dagli altri se non ci si vuol ritrovare, come adesso, a dover pagare la benzina più del resto del mondo e a doversi dissanguare per le bollette. Bruxelles deve trovare il coraggio di cambiare pagina. L’Ue deve fare le riforme, deve cambiare. Deve scegliere cosa vuol diventare. E dovranno, evidentemente, iniziare a pensarci (soprattutto) le destre che, se continua così, andranno al governo un po’ ovunque. Anche in Europa.


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