L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Esteri

7 ottobre, l’allarme ignorato. Netanyahu davanti al suo fallimento più grave. E arrivano le sanzioni contro i coloni

A poche settimane dal voto, il premier israeliano è in gravi difficoltà

di Ernesto Ferrante -


Benjamin Netanyahu si ritrova nel momento più buio della sua carriera politica. Questa volta non si tratta di pressioni internazionali, né di tensioni nella coalizione. È la ricostruzione di ciò che accadde nei dieci giorni precedenti al massacro del 7 ottobre a mettere il premier israeliano davanti a un’accusa devastante. Secondo il libro “Kidnapped: 843 Days of Abandonment”, basato su decine di testimonianze di funzionari israeliani e stranieri, Netanyahu fu avvertito personalmente dal presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed, che Hamas stava preparando una “grande sorpresa”, un’azione di vasta portata destinata a provocare “spargimenti di sangue” e a destabilizzare l’intera regione.

L’avvertimento di Sinwar a Israele

Il passaggio chiave è inequivocabile. “Dite agli israeliani che se non vanno avanti, sto preparando una grande sorpresa per loro. Ditegli di aspettarsi un terremoto”, avrebbe detto Yahya Sinwar a un interlocutore di Fatah. Un messaggio che MbZ, secondo il libro, trasmise direttamente a Netanyahu in una telefonata di 45 minuti alla fine di settembre. Il premier israeliano, però, non allertò lo Shin Bet, non convocò il governo, non mise in stato di allerta le Forze di difesa israeliane. Nulla.

La superficialità di Netanyahu

La risposta di “Bibi”, riportano le fonti citate, fu sorprendentemente ottimistica. Israele “aveva la situazione sotto controllo”, Hamas avrebbe agito “probabilmente in Cisgiordania”, e non c’era alcun motivo di allarme. Una valutazione che oggi appare non solo sbagliata, ma politicamente suicida, soprattutto alla luce del fatto che, come ricorda il libro, Sinwar aveva ripetutamente avvertito interlocutori palestinesi delle conseguenze di un mancato accordo sul rilascio dei prigionieri.

Gli oppositori all’attacco

Le reazioni interne sono feroci. Naftali Bennett ha definito la ricostruzione “vera”, aggiungendo che Netanyahu ha “responsabilità personale e diretta del fallimento che ha portato alla morte di migliaia di israeliani”. Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore e oggi rivale politico del premier, ha scritto: “Netanyahu ha condotto Israele alla cieca verso la catastrofe del 7 ottobre. Ha ricevuto decine di avvertimenti e li ha ignorati tutti. Non è idoneo a ricoprire una carica pubblica”.

Yair Golan è ancora più diretto: “Sapevi, hai ignorato, hai fallito. Sei colpevole”. E ha accusato Netanyahu di aver “abbandonato le proprie responsabilità”, ignorando gli avvertimenti dell’apparato di sicurezza e le proteste di piazza che denunciavano il rischio di una deriva pericolosa.

La difesa debole di “Bibi”

Il premier, dal canto suo, nega tutto. Sostiene di non aver mai parlato con MbZ nel periodo indicato. Ma la difesa appare fragile, soprattutto perché le testimonianze raccolte nel libro convergono e perché la narrazione del “nessuno mi ha svegliato”, già utilizzata da Netanyahu per giustificare il caos del 7 ottobre, viene demolita dai suoi stessi ex alleati.

Le sanzioni contro i coloni violenti

Il quadro politico è “nero”. A poche settimane dalle elezioni del 27 ottobre, il primo ministro si trova schiacciato tra le accuse interne e un isolamento internazionale crescente. Il Regno Unito ha appena annunciato sanzioni commerciali contro gli insediamenti israeliani, seguito da Francia, Canada e altri nove Paesi europei. La reazione del governo israeliano, chiusura del consolato britannico a Gerusalemme, espulsioni e divieti di ingresso, appare più come un gesto di nervosismo che come una strategia diplomatica. Il leader dell’opposizione Yair Lapid non ha usato giri di parole: “Questo governo ci sta conducendo verso un isolamento politico senza precedenti”.

Il momento più buio per il premier israeliano

Benjamin Netanyahu è oggi un leader sotto assedio. Accusato di aver ignorato un avvertimento cruciale, contestato dai vertici militari, isolato dagli alleati occidentali, e politicamente indebolito come mai prima. Il 7 ottobre non è solo una tragedia nazionale per lo Stato ebraico, ma il punto di rottura di un’intera leadership. E per l’ostinato “Bibi” potrebbe essere l’inizio della fine.


Torna alle notizie in home